SAMMARCO, la recensione di “La Parte Migliore”

SAMMARCO

LA PARTE MIGLIORE

Platonica

 

Non è mai facile parlare di sé, dell’amore o della vita, della paura o della morte. Ma poi ad un certo punto si sente l’esigenza di farlo, e basta”.

Sono le parole di SAMMARCO, in arte Marco Sambinello, cantautore milanese che si trova davanti alla volontà di tirar fuori dal proprio cilindro nuovi gesti musicali in puro stile acustico-folk.

Un cantautore che ha deciso d’esporsi, perché a parlare della fragilità nei moneti fragili è facile, ma farlo in sette tracce, in altri momenti, è pura arte musicale. Tocca quindi a lui, tra un fingerpicking alla Damien Rice,  e dei testi veicolati da una introspezione e da una delicatezza che riscopre movimenti acustici alla Giovanni Truppi (sentite Il Panico), oltre a piccole magie da camera.

Ascolti silenziosi, minuti e personali, che sono introdotti da SAMMARCO con una grazia che può mettere in sottofondo architetture elettriche, ma anche sprazzi tipici di una scuola italiana resa famosa da Riccardo Sinigallia, come nella storia d’amore di Ulisse. Non mancano inserzioni di pianoforte accanto alla chitarra imbracciata come coperta di Linus, che prende una forma vitale in una poesia come Finisce il Mare, una delle canzoni migliori del lotto.

Canzoni per pensare, suggestioni che prendono forma in arrangiamenti semplici e calibrati, con un rimandi alle contraddizioni tipiche di un periodo dell’anno difficile (Il giorno di Natale), oppure a storie personali in cui gli affetti prendono forma (La Parte Migliore).

Andrea Alesse

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