Intervista a Daniele Ronda: La Rivoluzione nel Folk

Classe 1983, Daniele Ronda è considerato uno dei più accreditati interpreti del cantautorato “world” italiano, il nuovo fenomeno del folk nazionale e l’alfiere del dialetto e delle sonorità popolari emiliano-lombarde, coniugate alla modernità del terzo millennio.
Riconoscimenti che arrivano dopo una lunga carriera. Verso la fine degli anni ‘90, giovanissimo, inizia la sua attività nel mondo della musica come autore di successo, scrivendo presto hit nazionali e internazionali per artisti italiani di primissimo livello, tra i quali Nek e Arisa. Nel 2011, dall’incontro con Sandro Allario (fisarmonica, pianoforte, organo hammond) e Carlo Raviola (basso) – due musicisti che saranno le colonne portanti della sua band Folklub –, nasce un percorso cantautorale legato alla world music. Pubblica così Daparte in folk (2011) e La sirena del Po (2012), album che lo presentano con successo al grande pubblico e ai quali seguono oltre 250 concerti in tutta Italia, con un’importante serie di appuntamenti sold out. Nel 2014 pubblica il suo terzo lavoro, La Rivoluzione, e presenta l’omonimo brano, insieme ai calabresi Taranproject, sul palco del Concerto del Primo Maggio a Roma, davanti a oltre 500mila persone. Inizia a farsi conoscere anche dal grande pubblico e Ligabue lo chiama per l’opening act del suo Mondovisione Tour 2014, nelle tappe dello Stadio Olimpico di Roma e di San Siro a Milano. Il 2014 si conclude con l’esibizione al Concerto di Natale, in onda su Rai 2 nella prima serata della vigilia, al fianco di nomi del calibro di Patti Smith, Renzo Arbore e Bob Sinclar. L’abbiamo incontrato in occasione di un suo recentissimo concerto. Ecco cosa ci ha raccontato.

Daniele, cos’è per te la musica?
«Ci sono mestieri che scegli, che ti assorbono molto di più di un lavoro normale. Si tratta di un qualcosa che diventa parte della tua vita. La musica per me è questo. Non ci sono vacanze, non c’è tempo libero. Non si tratta di un’imposizione: semplicemente tutto ciò che fai nel corso di una giornata ti porta a quel pensiero. E’ una cosa bellissima, ma che ti richiede anche tante energie. Del resto se ce l’hai dentro, non ne puoi fare a meno. La musica è una compagna di viaggio che amo alla follia, con cui qualche volta ho litigato, cercando ogni volta di ricostruire un rapporto».

Hai iniziato come autore, per poi scegliere di tenere per te i tuoi brani. Poi hai cambiato genere abbracciando il folk. Ami i cambiamenti?
«Messa così sembra che io sia saltato da una parte all’altra. In realtà queste scelte sono state frutto di un percorso, fatto di cose accadute e di esperienze di vita vissuta. In pochi sanno che in realtà io ho iniziato a cantare i brani che scrivevo, non prendendo minimamente in considerazione la possibilità di cederli ad altri. La mia non era presunzione, anzi non credevo qualcuno potesse essere interessato ai miei lavori. Poi un giorno è accaduto e le cose sono andate davvero bene, al punto che sono entrato in un circolo virtuoso, che mi ha portato ad avere miei brani in testa alle classifiche. A quel punto ho fatto una scelta coraggiosa, o incosciente, ho azzerato tutto e sono passato al folk, andando a suonare nei locali di Piacenza».

Sei passato a un genere che potremmo definire di nicchia.
«Cantare e scrivere in dialetto, usando strumenti popolari, forse può apparire una cosa di nicchia, in realtà non è così. Credo non esista una musica per pochi e una commerciale. Semplicemente a seconda del momento cambia il modo di recepire del pubblico. Il contesto storico è molto importante e condiziona gli ascolti. Attualmente viviamo in una fase di confusione, in cui regnano il torbido e la poca onestà. Credo che per la gente rifugiarsi nelle origini e nelle tradizioni, come quelle raccontate dal folk, possa essere utile per riuscire a uscire da questa situazione».

Possiamo chiamarla moda?
«La definirei esigenza sociale. Già in passato abbiamo vissuto situazioni analoghe. E allora la gente si rifugiò nel rock n’roll, nel punk, nella psichedelìa, quasi a cercare una ventata nuova, qualcosa che ancora non esisteva».

La strada del folk sarà quella definitiva per la tua carriera?
«Ci saranno per forza evoluzioni, è nella mia natura. Attualmente sto lavorando a un nuovo disco. Pur restando nel mio studio sto facendo un vero e proprio giro del mondo. Già oggi nei miei brani c’è l’elettronica, che evidentemente non è tipica del genere che propongo. Non escludo di poter contaminare la mia musica con ritmi sudamericani, ma anche di quelli che arrivano dal sud del mondo o anche dai paesi scandinavi. Io non vivo in modo immobile, ogni momento può essere quello giusto per scoprire nuovi ingredienti».

Se ti telefonasse Nek per chiederti un nuovo brano, cosa gli risponderesti?
«In realtà di richieste me ne arrivano quasi giornalmente. Non le accolgo. Poi ci sarebbero molti artisti con cui mi piacerebbe collaborare, ma ce ne sono molti altri che vedo troppo distanti dal mio modo di intendere la musica oggi. Di sicuro lo scrivere brani per altri è un ottimo stimolo, perché ti consente di esplorare nuovi mondi e scoprire strade che mai mi sognerei di percorrere da solo».

Il tuo punto massimo sono state le 3.100 persone accorse al Palasport di Piacenza per vedere il tuo concerto o la chiamata di Ligabue per aprire i suoi spettacoli negli stadi di Roma e Milano?
«Sono due cose molto diverse e non solo per il numero di spettatori. Certo quando vedi la tangenziale della tua città intasata di auto in coda per venire al tuo spettacolo la cosa non ti lascia indifferente. Quello rimarrà un grandissimo momento. Quanto a Ligabue, non posso che catalogarla come una grande sfida. Esibirti in uno stadio davanti a migliaia di persone che hanno in tasca un biglietto con il nome di un altro non è semplice. Non sapevo cosa aspettarmi. Per fortuna già dalle prime note tutti hanno iniziato a ballare e cantare con noi. La cosa mi ha stupito, ma non posso che essere contento di questa accoglienza».

Qual è il tuo sogno?
«Beh, mi piacerebbe che un giorno in quello stesso stadio ci fosse tantissima gente con in mano un biglietto con sopra scritto il mio, di nome».

C’è ancora spazio per fare della musica un mestiere?
«Direi di sì, perché lo facciamo e ci dà da mangiare. Certo ci sono molti sacrifici da fare. Quando sento quanto guadagnano i miei amici mi sento male. Se dovessi ragionare su quanto prendo io per un’ora di lavoro, forse smetterei immediatamente. Eppure investo molto su questo mestiere, che ti dà tanto e ti chiede tantissimo, soprattutto in certi momenti. Ora che la gente mi conosce sicuramente è un po’ più facile, ma è indubbio che ci siano stati momenti difficili, in cui il tuo unico scopo era quello di fare ascoltare le tue proposte. Ecco in quel momento parlare di mestiere sarebbe stato davvero improponibile».

Intervista a cura di Vincenzo Nicolello.

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