Dirty Trainload spezza le catene e l’apatia con Revolution and Crim

Dirty Trainload spezza le catene e l’apatia con Revolution and Crim

Autori: Dirty Trainload
Album: Revolution and crime
Label: Side 4 Records

È il ritorno di un trio d’eccellenza electro blues ecattive maniere politico musicali. È Revolution and Crime dei Dirty Trainload, pugliesi dal respiro internazionale che potreste trovare su qualche rivista che odora ancora di pistole fumanti delle vastità paesaggistiche americane. Una via personale e dissidente al blues canonico, con un animo decisamente rock and roll e una tradizione musicale che costeggia i The X, quanto i Cramps, i palermitani Criminal Party, e le variegate anime rockabbilly. Voce femminile e maschile alternata, accanto a una melodia da dare in pasto alla sostanza, per un terzetto che si costruisce sulla musica e sulle liriche di Bob Cillo e Livia Monteleone, con la batteria pirata di Balzano a chiudere il cerchio magico.

La poesia di Dylan di Wanted Men, in una delle tre cover del nuovo lavoro, diventa una tensione senza fine verso la strategia di una band che ha deciso di fare le cose per bene, innalzando le barricate della musica come veicolo di protesta ed espressione, senza però mai dimenticarsi di una forma musicale che si aggancia alle origini del loro stile. Torture Dogs apre alla grande ricordandoci del fastidio degli aggressivi cani poliziotto, in un malessere fisico e mentale che fa il paio con una copertina in cui campeggia Gaetano Bresci (artwork di Claudio Losghi Ranieri) e con una titletrack che troneggia tra banjo velocizzato e un inno all’autodeterminazione dei popoli. Spezziamo dunque le nostre catene con quei banditi senza tempo dei Drity Trainload, gentiluomini che aprono le gabbie con un crescendo nervoso e agganciato alle sapiente batteria di End of the welfare State, canzone in cui l’animo rockers viene definitivamente fuori per sentirsi vivo e scalciante tra un ritmo sempre nervoso e dinamico.

Sul finire del nuovo disco non manca poi una bellezza ruggente di una lettera che parla dell’attualissimo finto problema dell’immigrazione (Samir’s Letter), quasi in tripudio all’estetica riottosa che i Dirty Trainload amano e che ci hanno fatto gustare con la loro interpretazione sonora. Lunga vita a loro!

Andrea Alesse
recensioni@thefrontrow.it

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra e da terze parti. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi