Tre Allegri Ragazzi Morti – La musica vera che resta

Assistere a un concerto dei Tre Allegri Ragazzi morti equivale a trasportarsi in un mondo che è reale e di fantasia allo stesso tempo. Ogni loro show è un’esperienza che trasforma il mondo in una tavola di fumetti popolata di personaggi così strani e così vicini a noi che è impossibile non affezionarsi. Quest’anno festeggiano i loro 30 anni di carriera e lo fanno in grande. Un anniversario che si annuncia come una festa memorabile, lunga un anno e costellata di novità, di cui sarà possibile seguire l’evoluzione attraverso l’hashtag  #TARM30.

Ieri sera hanno fatto tappa al Monk di Roma, di fronte a un vasto pubblico di adepti di ogni età con l’iconica maschera da teschio. Difficile, se non impossibile, ritracciare una carriera così lunga, per uno dei gruppi più importanti della musica rock indipendente italiana. Salgono sul palco con la rituale introduzione all “incredibile spettacolo de la vida, l’incredibile spettacolo de la muerte”. I ragazzi sono morti, i ragazzi sono vivi, e sono decisamente allegri anche nel loro dipingere le parti meno allegre della vita e del mondo.

L’energia non cala neanche un’istante in queste quasi due ore di concerto, anzi è un continuo crescendo in cui il trio guida il pubblico in questo grande oceano di suoni. La folla è un’onda che si muove all’unisono con i ritmi della band. Gente che è cresciuta ascoltando le loro canzoni e ora ci porta i bambini, felici di trovarsi in mezzo a questa grande festa che è un po’ circo, un po’ dia de los muertos, un po’ Halloween, molto rock e ultimamente anche vagamente zen.

Sempre fedeli al loro immaginario e a quel modo di costruire le canzoni, il loro percorso è un’evoluzione che negli ultimi lavori ha un respiro più maturo e “Garage Pordenone”, il decimo lavoro di inediti dei Tre Allegri Ragazzi Morti, propone dodici nuove canzoni che celebrano la musica e la storia di un gruppo che ha saputo sintetizzare rock e fumetto, diventando un punto di riferimento per la scena musicale indipendente. Il nome richiama dal passato la leggendaria Rock City friulana degli anni ’80 da cui la band proviene, celebrando la poetica nata in uno dei centri artisticamente più prolifici e attivi della provincia italiana. Un album contemporaneo, lontano dalle nostalgie e che anzi guarda al futuro del trio.

Questa sera la scaletta ha alternato alcuni dei brani più importanti tratti dai loro vari album. Filastrocche punk, ballate acustiche, racconti wave, dichiarazioni esistenziali su ritmi rocksteady, i protagonisti di queste storie sono sempre i Tre Allegri Ragazzi Morti, nell’esorcismo ad alto volume contro le stortezze del mondo. Somiglia a un viaggio, a un ballo rituale, a una danza tribale questa serata. Un concerto in cui chi assiste è sia spettatore che parte del mondo che popola lo show.

Sale il ritmo, sale il senso di condivisione a mano a mano che la sera avanza, tra momenti divertenti e testi che fanno riflettere. Le  parole, scritte con uno stile emozionante e originale, sono scandite in coro da tutta la sala. “La musica sai che cos’è?” intona Toffolo, “E’ la sola cosa che resta. È la cosa più seria che c’è”. La frase del brano tratto da Meme K Ultra, l’album con i Cor Veleno, viene ripetuta come un mantra, e ne risulta un potere fortissimo che fa vibrare il locale intero.

Insieme a questo momento toccante la magia prosegue con un estratto da Il Disertore di Boris Vian, scritto ai tempi della disfatta francese nella battaglia di Dien Bien Phu che segnò la fine della guerra in Indocina, e che nel tempo è diventato un inno pacifista, un pezzo di storia francese che, grazie soprattutto alla versione di Ivano Fossati, è anche patrimonio della cultura italiana. Questi cori intonati tutti insieme, come il brano popolare “Bella Ciao”, hanno reso l’esperienza del concerto ancora più immersiva e aggregante.

Tolta la maglietta nera con lo scheletro, El Tofo torna sul palco vestito nel costume col pelliccione e coinvolge il pubblico, poco reattivo, in una serie di esercizi di Qi Gong.

Ed è bello farsi trasportare ai “limite della follia, dove l’aria è così alta, che non si tocca, dove c’è spazio soltanto per la fantasia”.

E come in ogni rituale che si rispetti, e di cui i fan più affezionati conoscono ogni regola, arriva il momento finale e Toffolo annuncia che “La vita è cattiva ma non l’ho inventata io, il concerto è finito” con l’immancabile risposta in coro che non sarebbe rispettoso ripetere qui.

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono un punto do riferimento musicale sia per chi li segue da sempre che per le generazioni più nuove. Un Monk sold out questa sera, popolato da gente desiderosa di esaurire la voce ricantando in modo terapeutico le loro rime innocenti, che dipingono i grandi e piccoli mali della vita di ognuno di noi.

Al banchino del merchandising vanno a ruba le magliette con le ossa disegnate, le maschere, e adesso persino i collant e dei mezzi guanti neri molto anni’80. E nel locale si incontrano grandi e bambini in total look TARM. Le loro non sono più maschere ma nuove incarnazioni in questo universo di cui possiamo fare parte tutti, in cui da morti si canta e si balla a ritmo di rock, di reggae e di cumbia (In questa grande città). E “come quando ti abbandoni e ti addormenti, sei dentro un’altra realtà”.

 

In apertura del concerto, col viso nascosto da un cappello e da una bandana nera, si è esibito in grande stile Alosi (Il Pan del Diavolo). Un set in cu ha presentato i brani del suo ultimo album Cult. Un universo che ben si sposa con quello dei Tarm (che avevano ripreso Vivere Fuggendo). Set semi-acustico chitarra e voce, di grande impatto e carisma, che ricorda il migliore Motta, con cui Alosi aveva cantato in Se continuiamo a correre, e che è stato suo batterista. Attacca con grande impatto con 666, col suo timbro vocale particolare e le melodie sguaiate che ti entrano subito nelle sinapsi e ci lasciano con la sete di riascoltarlo dal vivo al più presto. “E allora chi sta sbagliando cosa, chi è la spina, chi è la rosa?”

 

Articolo e foto di Ginevra Baldassari

 

Ringraziamo Marika Lerario e il Monk

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