Judas Priest e Five Finger Death Punch live a Milano – Le Foto

Se parlassimo di attitudine live, puro talento per l’intrattenimento e belle canzoni verosimilmente, oggi, uno dei primi nomi nuovi in ambito metal che dovrebbe venirci in mente è quello dei Five Finger Death Punch. Ivan Moody è un frontman dotato di notevole carisma, e si presenta come il vero catalizzatore di quasi tutte le attenzioni degli astanti, grazie alla sua mimica facciale ed alle sue movenze allegre e spensierate. Certo, anche vocalmente il nostro fa la sua porca figura: abilissimo nelle parti di voce pulita, riprodotte in maniera davvero fedele, grintoso ed aggressivo nei growl, affrontati con ottimo piglio. Aprire per i Judas Priest, sì sa, non è mai facile, specialmente in un paese piuttosto freddo nei riguardi delle novità come l’Italia, ma la band americana questa sera ha lasciato il palco sicuramente con qualche ammiratore in più all’attivo. L’accoglienza, a dire il vero, è stata un po’ freddina, ma il gruppo è parso immediatamente capace di scaldare a dovere la folla col trittico Under and Over It, Hard to See e Lift Me Up, impeccabilmente eseguite. I siparietti durante il loro breve concerto non sono di certo mancati: Moody fa autografare direttamente sul palco a tutti i suoi compagni un cartellone passatogli dalle prime file, facendo poi salire on stage e sedere accanto alla batteria un giovanissimo ed emozionato fan. La folla applaude il ragazzino, presentato da Moody come la futura generazione dell’heavy metal. La band è anche smaliziata, e ha provato ad ingraziarsi i presenti improvvisando qualche nota cover (Walk dei Pantera, Smoke On The Water dei Deep Purple e Crazy Train di Ozzy, per l’occasione); nel finale il cantante è sceso dal palco per eseguire The Bleeding direttamente assieme ai fan assiepati in prima fila, non risparmiandosi in strette di mano ed abbracci. Non male per soli (purtroppo) quaranta minuti di show, che tuttavia hanno confermato nuovamente i FIVE FINGER DEATH PUNCH come una realtà imprescindibile per il futuro del nostro amato metal.

Calati i riflettori sui californiani, l’attesa è tutta per gli dei del metallo per eccellenza, JUDAS PRIEST. Iniziamo subito col dire che gli inglesi questa sera si son presentati in uno stato di grazia assoluto, suonando per un’ora e quaranta senza praticamente prendersi alcuna pausa, se non per i continui cambi d’abito di Mr. Rob Halford. Quest’ultimo si è rivelato come il mattatore assoluto della serata: le sue movenze sono ormai, come da copione, lente e ridotte all’osso, ma la prestazione dietro al microfono è stata di quelle da ricordare a lungo (rammentiamo, per chi non lo sapesse, che Halford compirà 64 anni il prossimo 25 agosto). Certamente non si è trattato proprio di tutta farina del suo sacco, qualche aiutino il nostro Metal God l’ha ricevuto, tuttavia poca roba se si pensa alle condizioni in cui è arrivato ad interpretare nel finale pezzi da novanta come: Electric Eye, Painkiller, Hell Bent for Leather, Jawbreaker e così via, davvero eccellenti. I Judas Priest hanno tenuto dunque un concerto sinceramente oltre ogni più rosea aspettativa, per giunta estremamente professionale se si considera che 2-3.000 paganti per loro non sono certamente una di quelle folle da ricordare per carica e dimensione. I bellissimi maxischermi, i volumi altissimi e un impianto luci notevole hanno fatto il resto, con il sempre meglio integrato (e più che mai protagonista) Richie Faulkner (35 anni, entrato in sostituzione del leggendario K. K. Downing solo nel 2011) a fare spettacolo un po’ per tutti viste le non certo eccelse condizioni fisiche di Tipton e Hill (131 anni in due, mica bruscolini), comunque molto precisi e concentrati sugli strumenti. Insomma, come si poteva chiedere di più a questi nonni del metal, quando di più non sono in grado di darlo nemmeno i giovanotti con trent’anni di meno sulle spalle? Metal Gods  è stata emozionante come sempre, Redeemer of Souls ha fatto una bella figura, Love Bites è stata la sorpresa e You’ve Got Another Thing Comin’ ha smosso proprio tutti, dal primo all’ultimo. In quest’occasione dunque non è mancato proprio niente, ed è stato un vero peccato per chi non è venuto: non sarà facile rivedere in futuro i Judas in un simile stato di forma e splendore!

Testo a cura di Spencer R.D. Hill
Ed ora vi lasciamo agli scatti per gentile concessione di Stefano Cremaschi:

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