I Badflower sono tornati il 20 giugno 2025 con No Place Like Home, il terzo album in studio e il primo dopo This Is How the World Ends, pubblicato nel 2021. Dopo più di un anno dall’uscita, questo album non finisce di stupire per quanto a fondo rappresenti lo stile di una band che ha saputo rendere il rock una confessione, un luogo grigio in cui oscurità e luce si incontrano, in cui non si ha paura di essere vulnerabili.
Il disco contiene 13 tracce e tratta tematiche molto diverse: dalla paranoia al rimpianto, passando per relazioni, inquietudine, solitudine e perdita.
Una varietà che, in fondo, è perfettamente coerente con il modo di scrivere di Josh Katz, frontman della band: partire da qualcosa di profondamente personale per trasformarlo in una storia nella quale può riconoscersi qualcun altro.
No Place Like Home: casa è dove finiscono le nostre paure
Il titolo dell’ultimo album dei Badflower sembra suggerire un luogo rassicurante. Ma, ascoltando il disco, quella “casa” assume un significato decisamente più complesso.
No Place Like Home è stato scritto interamente da Josh Katz, durante un periodo di sobrietà e isolamento nella sua fattoria. Una condizione che ha avuto un peso importante nella genesi del disco e che contribuisce a renderlo uno dei lavori più personali e vulnerabili della band.
Il concetto di “casa” attraversa l’intero album e assume, secondo Katz, un doppio significato. Da una parte c’è la nostalgia per un passato percepito come migliore, un richiamo che diventa esplicito già nel brano d’apertura attraverso la celebre frase “There’s no place like home” associata a Il mago di Oz. Dall’altra, la casa è il luogo reale nel quale Katz ha scelto di isolarsi, coerentemente con la sua natura più introversa e con il periodo nel quale sono nate queste canzoni.
Il risultato è un album che guarda alla condizione di essere adulti in un’epoca profondamente instabile. Katz affronta il disorientamento della metà dei trent’anni, ma anche le conseguenze lasciate dalla pandemia, l’ansia legata alla situazione geopolitica, la dipendenza dai social media, il burnout creativo, il lutto e una più generale sensazione di inquietudine esistenziale.
Non è un disco costruito attorno a un unico tema, ma una fotografia di una fase della vita nella quale diventa necessario fare i conti con ciò che si è perso, con ciò che è cambiato e con la difficoltà di capire quale direzione prendere.
Casa può essere un rifugio, ma anche il luogo nel quale siamo costretti a confrontarci con noi stessi.
Dalle strade di Los Angeles ai grandi palchi
Per capire i Badflower bisogna tornare indietro nel tempo.
La storia della band parte dall’incontro tra Josh Katz e Joey Morrow, che inizialmente avevano formato un gruppo chiamato The Cartunes. Dopo alcuni cambi di formazione, nel 2013 nasce ufficialmente il progetto Badflower, completato da Alex Espiritu al basso e Anthony Sonetti alla batteria. La band comincia a suonare nei locali di Los Angeles.
Dopo l’attenzione conquistata nella scena locale e un’esibizione al Troubadour, il gruppo firma con Hundred Handed Records e pubblica l’EP Temper. Il passaggio successivo è quello che porta i Badflower verso un pubblico molto più ampio: nel 2018 arriva “Ghost”, destinata a diventare una delle canzoni simbolo della band.
Nel 2019 arriva l’album OK, I’m Sick, il debutto in studio che porta definitivamente i Badflower nel circuito rock internazionale. L’album affronta senza filtri temi come depressione, ansia, dipendenze, solitudine, relazioni disfunzionali e pensieri autodistruttivi.
Nel 2021 è invece la volta di This Is How the World Ends, prima del lungo intervallo che conduce alla nuova era di No Place Like Home.
“Ghost”: il fantasma dell’uomo che ero
Se c’è un brano da ascoltare per capire immediatamente chi siano i Badflower, quello è “Ghost”.
Pubblicata nel 2018 e poi inserita in OK, I’m Sick, la canzone affronta depressione, solitudine, autolesionismo e pensieri suicidari.
Katz ha raccontato di averla scritta dopo un periodo nel quale aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico durante i concerti, trovandosi in una fase particolarmente difficile.
Ecco un estratto:
Take thе blade away from me
I am a freak, I am afraid that
All the blood escaping me won’t end the pain
And I’ll be haunting all the lives that cared for me
I died to be the white ghost
Of the man that I was meant to be
Il successo del brano ha contribuito a portare la band su un altro livello: “Ghost” ha raggiunto il secondo posto nella Mainstream Rock chart statunitense e ha ottenuto una certificazione d’oro negli Stati Uniti.
Per la prima volta i Badflower hanno dimostrato di non voler rendere il dolore più facile da ascoltare, ma più autentico.
“Daddy”: dall’abuso alla vendetta
Se “Ghost” rappresenta uno dei brani più conosciuti della band, “Daddy” è una chicca che vi consigliamo di ascoltare per percepire l’incredibile capacità descrittiva e di immedesimazione di Katz.
Il brano fa parte di OK, I’m Sick e racconta una storia di abusi, seguendo la prospettiva di una ragazzina vittima del padre alcolizzato.
La forza della canzone sta soprattutto nei dettagli. Non c’è bisogno di descrivere tutto esplicitamente: sono i piccoli gesti, le attese e la paura a costruire la scena. La bimba che trema nel sentire il rumore delle chiavi, l’ansia, la paura, la solitudine.
La dinamica dell’abuso viene resa ancora più evidente attraverso una narrazione volutamente scomoda e priva di sconti:
And Daddy gives it all ‘cause he loves you the most
He’s stretching your clothes,
you’re clenching your toes
He says he gives it all ‘cause he loves you the most
He’s holding you close, his hands on your throat
È proprio questa precisione narrativa a rendere il brano così difficile da ascoltare.
La storia arriva infine a un punto di rottura: la protagonista, ormai adulta, ritrova il padre sul letto di morte e decide di soffocarlo. Il gesto può essere letto come una forma estrema di vendetta, ma anche come il tentativo di interrompere definitivamente il rapporto con il trauma che ha segnato la sua vita.
“Daddy” non è quindi una canzone da inserire semplicemente in una playlist rock. È una storia di abusi raccontata attraverso la musica, e proprio per questo può risultare particolarmente disturbante ma anche più potente.
Il lato più scomodo dei Badflower
Guardando alla loro discografia nel complesso, emerge un filo conduttore abbastanza evidente.
I Badflower parlano di salute mentale, traumi, dipendenze, abuso, solitudine, rabbia e rapporti umani complicati. A volte lo fanno partendo da esperienze personali, altre costruendo veri e propri personaggi e scenari narrativi efficaci.
È forse questa la loro caratteristica più interessante: il disagio non viene trasformato in qualcosa di elegante o rassicurante. Viene lasciato lì, in mezzo alle chitarre, alla voce di Katz e a melodie capaci di trasformare anche le storie più difficili in musica che resta sotto pelle.
Articolo a cura di Alessia Barra
