Roma, 20 maggio 2026
Ieri sera, al Monk di Roma, Setak ha regalato al pubblico uno di quei concerti che non si limitano a essere ascoltati, ma in cui immergersi e lasciarsi trasportare nella loro completezza. Quella romana è stata una delle poche date scelte dal cantautore abruzzese insieme a Pescara, Milano e Bologna, prima di tornare in studio a lavorare al prossimo album, che attendiamo con entusiasmo manifesto.
Definire Setak semplicemente un cantautore è però quantomeno riduttivo. La sua musica sfugge alle etichette, alle logiche di mercato e a qualsiasi definizione troppo precisa. È un linguaggio personale, spontaneo e verace, che trova la sua forza proprio nella non omologazione. C’è qualcosa di profondamente concreto nelle sue canzoni: ricordano la pietra scaldata dal sole, la terra, il pane. Hanno il sapore delle cose autentiche, essenziali, destinate a durare.
L’unico modo di comprendere appieno il mondo di questo eccellente musicista è di tuffarsi nella sua musica. Ancora meglio se questo avviene dal vivo.
E’ proprio nei concerti infatti che la generosità dell suo progetto diventa ancora più evidente. Accanto a lui, una band di musicisti straordinari — il fratello Nazareno Pomponi alle tastiere, Emanuele Colandrea alla batteria, Roberto Angelini alla lap steel, Alessandro Chimienti alle chitarre e Fabrizio Cesare al basso — costruisce un equilibrio sonoro raffinato e potente, capace di sostenere e amplificare ogni sfumatura delle sue canzoni.
La voce di Nicola Pomponi arriva leggera, quasi sussurrata, mentre la musica intorno si fa densa, calda, profonda. È proprio in questo apparente contrasto che nasce l’intensità emotiva dei suoi brani: piccoli scorci di vita che sembrano cartoline raccolte durante un viaggio, immagini semplici e universali che parlano a chiunque viva l’esigenza nostalgica di qualcosa di vero.
Anche gli arrangiamenti, già impeccabili nei dischi, dal vivo mantengono tutta la loro precisione e acquistano nuove sfumature, respirano, si espandono. E gran parte della magia nasce proprio dalla sintonia evidente tra i musicisti, da quella complicità silenziosa che rende il concerto qualcosa di vivo e irripetibile.
Le radici abruzzesi restano il cuore del suo percorso artistico, ma diventano il punto di partenza per un suono dal respiro fortemente internazionale. Pur nascendo nel microcosmo dialettale di un piccolo paese di provincia, la musica di Setak si apre naturalmente verso orizzonti globali senza mai inseguire o imitare la tradizione americana. Al contrario, riesce a creare qualcosa di personale e riconoscibile, vicino alla world music più autentica e a certo folk capace di attraversare i confini.
Se proprio dobbiamo cercare dei richiami, mi sentirei più di accostarlo ad artisti come Ry Cooder, o ad alcune aperture sonore di Peter Gabriel, che al rock statunitense contemporaneo o al cantautorato italiano più tradizionale. Eppure l’Italia resta profondamente presente nel cuore emotivo della sua musica: nei testi in dialetto, nelle melodie nostalgiche ma insieme luminose, e nella delicatezza con cui racconta identità, memoria, fragilità e appartenenza.
La sua è una musica profonda, a tratti malinconica, ma mai pesante. Alla commozione si alternano il sorriso, il gioco, la leggerezza gioiosa di alcuni brani. Sono canzoni che curano l’anima quanto una vacanza improvvisata, una bottiglia di vino condivisa tra amici, una sera d’estate in piazza, o un mestiere antico fatto con le mani. Piccole cose preziose che continuano a salvarci quando i pensieri si fanno più scuri.
E forse è proprio qui il segreto della straordinarietà della musica di Setak: nel potere salvifico della semplicità.
Ad aprire la serata sono stati i brani scarni e diretti di Emanuele Colandrea (lo stesso che è poi rimasto sul palco nella veste di batterista della band di Setak), capaci di catturare immediatamente l’attenzione della sala con una scrittura asciutta e sincera.
Testo e foto di Ginevra Baldassari
Un gradissimo grazie a Chiara Giorgi
