Il 19 marzo, l’Alcatraz di Milano si è trasformato in un angolo di prateria canadese per l’unica, attesissima tappa italiana dei The Dead South. Per la seconda volta nel nostro Paese, il quartetto canadese originario di Regina (Saskatchewan) ha dimostrato perché è considerato uno dei fenomeni più travolgenti della scena folk internazionale.
Un Bluegrass fuori dagli schemi
Definire i The Dead South semplicemente come una band bluegrass sarebbe riduttivo. Nate Hilts, Scott Pringle, Danny Kenyon e Colton Crawford portano sul palco un’energia che attinge a piene mani dal punk e dal rock, pur utilizzando una strumentazione rigorosamente acustica: chitarra, mandolino, violoncello e banjo. Senza una batteria a dettare il ritmo, è il battito dei piedi sul legno e l’intersecarsi frenetico delle corde a trascinare il pubblico in una danza collettiva che sa di “polvere, strada e libertà”.
Il concerto: un viaggio tra oscurità e ironia
La serata milanese ha visto i fan (molti dei quali vestiti con il tipico look della band, tra camicie bianche e cappelli a tesa larga) cantare a squarciagola i successi storici come la celebre In Hell I’ll Be in Good Company. I “gemelli malvagi dei Mumford and Sons”, come sono stati scherzosamente definiti, hanno saputo alternare momenti di puro divertimento a ballate oscure e storie di fuorilegge, confermando un talento unico nel rendere moderno un genere dalle radici antiche.
Con un set serrato e un’impeccabile armonia vocale a tre voci, i The Dead South hanno ribadito che la musica acustica può essere aggressiva e coinvolgente quanto un set elettrico, lasciando l’Alcatraz con la promessa di un ritorno che, dopo una serata così, i fan già aspettano con ansia.
Ringraziamo Ilaria Chinelli di VIRUS CONCERTI per il gratitissimo invito.
Foto report a cura di Ferdinando Bassi.
