Kid Yugi : anche gli eroi muoiono a Bologna

Stasera il Sequoie Music Park non è solo un festival nel verde delle Caserme Rosse. È una camera di risonanza. Un posto dove l’aria di giugno si appiccica addosso e il cemento sotto i piedi sembra già pronto a tremare. Bologna ci arriva così: calda, elettrica, con quella luce lunga che precede sempre i concerti che contano davvero.
Bologna non è una piazza facile per il rap, ha una memoria storica troppo ingombrante, ma quando Francesco Petrelli — per tutti Kid Yugi — sale sul palco del Parco Caserme Rosse, l’atmosfera si fa immediatamente febbrile, quasi claustrofobica, spazzando via ogni fantasma del passato. Siamo dentro la data bolognese dell’“Anche Gli Eroi Muoiono Summer Tour”, e l’impressione, fin dalle primissime battute, è quella di assistere a una vera e propria messa profana, un rito di purificazione collettiva guidato dal segugio più lucido e spietato della nuova scena italiana. Non ci sono fronzoli, non ci sono i soliti balletti o i visual ipertrofici che servono a coprire la mancanza di fiato: c’è solo un ragazzo del ‘2001 venuto da Massafra con una presenza scenica devastante e una rabbia letteraria che stasera devasta le transenne. Il boato che accoglie l’attacco di brani feroci come L’Anticristo e Monopolio fa tremare la terra umida della Dozza, scaricando sul pubblico una tempesta di rime che tagliano come rasoi. Yugi si muove sul palco come un pugile all’angolo, sputando barre con una precisione chirurgica che non concede repliche, supportato da una muraglia di bassi distorti che picchiano dritto nello stomaco. La forza di questo show sta tutta nel contrasto stridente tra la crudezza dei beat e la complessità quasi barocca della sua scrittura, dove i riferimenti alla mitologia, alla grande letteratura del Novecento e al cinema pulp si mescolano senza sosta alle cronache spietate della provincia pugliese. Quando parte Il Signore delle Mosche, il parco si trasforma in un unico, gigantesco pogo primordiale; i corpi si scontrano sotto lo sguardo cinico di un artista che non cerca il consenso facile, ma pretende l’attenzione assoluta del suo pubblico. C’è un’oscurità densa e magnetica che attraversa tutta la scaletta, una tensione che rallenta e si fa lirica solo nei passaggi più intimi ed evocativi come Lilith o nelle sfumature claustrofobiche di Eva, dove la voce del rapper squarcia il silenzio della notte bolognese. La transizione verso i pezzi storici di The Globe e i tormentoni sotterranei di Quarto di Bue dimostra una maturità tecnica impressionante per un venticinquenne: il controllo del respiro è perfetto, il flow non cede di un millimetro e la capacità di tenere in pugno migliaia di persone con il solo potere della parola ricorda i grandi maestri del rap hardcore italiano, senza però mai suonare nostalgica. Sul finale, la tripletta micidiale composta dalle 64 Barre di Censura, Il Ferro di Čechov e la chiusura monumentale affidata a Lucifero lascia la platea esausta, stordita, completamente svuotata. Kid Yugi scende dal palco senza perdersi in troppi ringraziamenti di rito, lasciando dietro di sé l’odore acre dei fumogeni e la netta certezza di aver firmato uno dei live più viscerali, colti e violentemente onesti di tutta la stagione estiva.

Si ringrazia Elena Grecchi di Parole e Dintorni, lo staff di Unipol e Sequoie
Foto di Ivan Elmi

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