INTERVISTA alla band “A TOYS ORCHESTRA”: un grande ritorno che fa riflettere

Scopriamo di più sulla band A Toys Orchestra: un viaggio tra passato, presente e futuro, con importanti riflessioni sulla contemporaneità.

 

Considerato uno dei gruppi più importanti del rock italiano del nuovo millennio sin dall’album d’esordio “Job” (2001), con centinaia di live nella penisola e all’estero e numerose collaborazioni nel mondo del cinema e della tv, la band A Toys Orchestra, dopo una pausa dal palco durata sei anni, è tornata nel 2024 con nuova musica e ritrovata energia. In questa intervista vi parliamo di loro, della carriera che hanno alle spalle e dei messaggi alla base di Midnight Again, l’album che ha segnato il tanto atteso ritorno.

 

 

Intervista ad Enzo Moretto, fondatore della band A TOYS ORCHESTRA

Il biennio 2024-2025 per voi ha rappresentato un grande ritorno dopo 6 anni di pausa. Nel 2024 avete rilasciato Midnight Again, anticipato dal singolo Life Starts Tomorrow, che in qualche modo ne incarna al meglio i messaggi: il nostro essere vittime del tempo e dei fatidici nuovi inizi che rimandiamo sempre al giorno dopo. L’ossessione per il tempo si percepisce molto all’interno dell’album, a partire dalla copertina: un uomo con una testa di orologio che controlla l’orario. 

Si, non era la prima volta che trattavo il tema del tempo, anzi, come tu dici è una sorta di ossessione. Se si pensa che Peter Pan Syndrome l’ho scritta poco più che ventenne. Sentivo già i giorni che mi scappavano tra le dita. Oggi mi ritrovo uomo adulto, ma questa lotta contro il tempo mi è rimasta addosso. Provo a vivere il “qui ed ora” ma una parte di me continua a fare irruzione nel passato o nel futuro. Il paradosso è che quando ti concentri troppo sul tempo rischi di “perdere troppo tempo” senza vivere a pieno la tua vita.

 

 

Cosa vi ha spinti a fermarvi per sei anni e cosa invece vi ha convinti a ritornare?

C’è stata una lunga pausa, a tratti fisiologica a tratti forzatamente protratta dalla pandemia.

Sul finire del tour precedente si sono manifestate una pesantezza e una stanchezza psicologica che erano divenute insostenibili. Non abbiamo mai deciso intenzionalmente di prenderci una pausa, è accaduto e basta. Eravamo sfiniti e scollati. Ci siamo allontanati per motivi disparati, e il Covid di mezzo non ci è stato certo di aiuto. In quegli anni ho poi vissuto una serie di vicende personali che mi hanno catapultato in un baratro di sofferenza e mi sono tirato dietro una miriade di problemi e casini. Ho vissuto per lungo tempo una forma di procrastinazione ed immobilità volontaria. Ogni giorno rimandavo la mia vita a domani, il che vuol dire non vivere più. In tal senso Life Starts Tomorrow è emblematica, ed è per questo che la scelsi come primo singolo. Poi qualcosa, nel momento meno prevedibile, è scattata. Non so ancora dire il perché. Non avevo alcuna voglia di tornare a fare musica o di andare in tour, stare tra la gente. Però, in qualche modo, ho continuato ad andare avanti, a rivedere i miei vecchi compagni, a trovarne di nuovi, quasi fosse un riflesso incondizionato. Mi stavo salvando la vita.

Era di nuovo mezzanotte: stava finendo un giorno e ne stava iniziando un altro. Il tempo per me aveva ripreso a scorrere, e soprattutto, non ero più da solo a gestirlo. 

 

 

La dimensione del tempo, l’ostinazione a monitorarlo, a rimanerci aggrappati e in qualche modo il subirlo costantemente, pensate siano aspetti dell’uomo del presente? Che l’essere umano stia peggiorando da questo punto di vista?

E’ inevitabile dipendere da esso. Cos’è il tempo se non la vita stessa? E meno ne abbiamo, meno viviamo a pieno. I nostri giorni sono inevitabilmente temporizzati, la società moderna dipende tutta da esso. Il vecchio adagio “il tempo è denaro” definisce la brutalità della percezione che abbiamo dei nostri giorni su questa terra. Molto banalmente però i nostri giorni di vita sono fatti di minuti, ore e giorni e non di euro o dollari. E’ un bug dell’uomo moderno, associamo il nostro tempo quasi esclusivamente al profitto. E’ un discorso molto complicato e al tempo stesso semplice, ma credo che la nostra interpretazione moderna del tempo sia ormai ineradicabile. 

 

 

In Life Starts Tomorrow vediamo i volti da vicino di persone di diverso sesso ed età, vediamo ogni emozione che provano mentre il brano scorre. “La vita comincia domani”, “domani è un nuovo inizio”, “da domani tutto cambia” sono promesse che tutti noi ci facciamo. Pensate che questo sia un male perché è come se non ci sentissimo mai arrivati, definiti? Come se vivessimo troppo proiettati nel futuro invece che nel presente?

Il domani è una grossa illusione, perché semplicemente non esiste ancora. E’ soltanto una proiezione su cui abbiamo poco margine di controllo. Pianifichiamo con certezza il nostro futuro senza tener conto degli imprevisti, ciò di cui non abbiamo controllo. Il domani è in parte affidarsi alla speranza. Avevo una chitarra con un adesivo che recitava una frase di Monicelli “La speranza è una trappola”. Un assunto potentissimo, perché sperare vuol dire non affidarsi più alle proprie scelte. Quello su cui dovremmo tutti focalizzarci è vivere il nostro presente, nel migliore dei modi. Sarebbe un buon modo per trasformare i nostri “oggi” in “domani”.

 

 

Nel testo dite che il rock italiano di oggi fa ammalare. Lo pensate davvero? Qual è la vostra opinione sul panorama rock italiano? Credete che nel resto del mondo sia più convincente?

E’ una gag.. Una provocazione beffarda. Noi stessi in quanto italiani facciamo parte di quella scena.

Che poi io possa trovare la musica italiana meno interessante di altre è un altro paio di maniche, ma in quella strofa simpatico-antipatica prendiamo in giro anche noi stessi.  

 

 

Nel brano Miss U, delicato ma pungente, sembra che a mancare non sia una persona in particolare ma un motivo, quel motivo che spinge ad alzarsi dal letto con una direzione, un obiettivo nella vita che faccia ritrovare la forza, la determinazione. La musica può essere quel motivo? Per voi lo è?

La tua interpretazione è totalmente corretta, non mi sento di aggiungere altro. La musica è per noi sicuramente un motivo per costruire i nostri giorni. Da sola non basta però. Non facciamo musica classica, jazz o elettronica strumentale… scriviamo canzoni, e nelle canzoni serve un vissuto da cui attingere.

 

 

Nel 2025 avete rilasciato Home Recordings, una raccolta di demo inedite, cover e versioni alternative di brani già rilasciati, che in qualche modo fa da finestra sulla vostra storia, su ciò che siete stati e su ciò che siete ora. Un viaggio a tratti malinconico e sentimentale. Cosa vi ha spinti a realizzarlo? Dare nuova veste a canzoni del passato vi ha permesso di viverle in modo diverso? Di dare loro nuovo significato?

C’era questo manipolo di canzoni abbozzate lasciate nel cassetto che faticavo a distinarle al dimenticatoio. Ogni volta che le riascoltavo sentivo che non erano inerti, ma provavano in qualche modo a salvarsi, a dirmi qualcosa. Ogni volta che però ho provato a tornarci su non sono riuscito mai a tirarci fuori nulla. Ho capito quindi che la loro natura era quella, ed andava rispettata così com’era.

Mi piaceva l’idea di condividere con il nostro pubblico questo momento intimo di fragilità e imperfezione, ma anche del tutto puro e autentico. In questo modo abbiamo trasportato in camera mia chi le ascolta.   

 

 

Com’è stato tornare ad esibirvi dal vivo dopo gli anni di stop? Erano sensazioni che vi erano mancate?

E’ stato come rinascere, sembrava fossimo tornati degli esordienti, come se tutto ci fosse nuovo e non avessimo centinaia di concerti alle spalle. Ogni emozione l’ho rivissuta come fosse la prima volta. Personalmente avevo bisogno di staccarmi dal passato, e seppur per ovvi motivi lo stessi rivivendo, è stato come partire da zero. 

 

 

 Dopo tutti questi anni di carriera, c’è un album in particolare che sentite più rappresentativo?

Direi di no. Ogni disco è figlio del suo tempo, di quello che eravamo in quel momento. Ad oggi lo è Midnight Again, venticinque anni fa lo era Job. 

 

 

Avete realizzato molte colonne sonore per il mondo del cinema. In questo caso il processo creativo per dare vita ai brani è differente? Vi piacerebbe avere l’opportunità di farlo ancora? Se poteste scegliere tra grandi titoli del passato, c’è un film in particolare per cui vi sarebbe piaciuto realizzare una colonna sonora dedicata?

Con il cinema abbiamo lavorato tanto, ma abbiamo sempre prestato le nostre canzoni già edite. Per noi è stato minimo sforzo/massima resa.  Quello di lavorare ad una colonna sonora originale sarebbe invece un grande sogno. Più che ad un film del passato mi auguro quindi di poter lavorare e scrivere musica per un film che ancora non esiste. 

 

 

Il 3 ottobre si concluderà il vostro tour a Bologna. Cosa vi rimane di questo tour? Vi ha ispirati per realizzare nuova musica?

Del tour ci resta addosso tutta la sua vibrazione, è qualcosa che non finirà con il 3 Ottobre, continuerà a vivere sotto pelle e in qualche modo si ri-trasformerà. Per essere coerente con quanto detto prima non parlerò del nostro domani, anche perché per l’appunto non ho la più pallida idea di cosa succederà. Al momento siamo focalizzati su questo evento che io preferisco definire una festa. Saremo in tanti sul palco: fiati, archi, cori… Quasi trenta persone coinvolte. E’ la celebrazione delle connessioni che la musica ci ha regalato, delle amicizie che si sono create grazie ad essa in tutti questi anni. Non è una cosa che capita tutti i giorni. Le nostra musica non sarà esattamente “allegra” per definizione, ma senza dubbio ci ha regalato tanta felicità.

 

 

Ringraziamo Enzo Moretto, fondatore della band, per averci dedicato il suo tempo. Al domani non si dovrebbe pensare, ma noi ci auguriamo di vedervi tornare sul palco anche dopo il 3 ottobre con nuova musica ed emozioni. 

 

Articolo a cura di Alessia Barra

 

Photo Credits: Astarte Agency

 

 

 

POSSONO INTERESSARTI...