Roma – 14 marzo 2026
Ieri sera all’Atlantico di Roma, Giorgio Poi ha portato sul palco un concerto capace di muoversi con grazia tra semplicità e profondità, restituendo alla musica una dimensione intima e raccolta. Un concerto che ha immerso il pubblico in un flusso continuo , attraversato con la leggerezza di un sogno.
C’è qualcosa di estremamente riconoscibile nel modo in cui Poi abita il palco. Parla poco, lascia spazio alle canzoni, si affida alle note e alle corde della chitarra. È lì che costruisce il suo mondo: una dimensione sospesa, soffusa, attraversata da una malinconia lieve ma mai amara. E il pubblico lo segue, spontaneamente, senza bisogno di essere guidato.
Il concerto di ieri non ha fato eccezione, l’unico momento di parola è arrivato con un ricordo personale, raccontato con emozione trattenuta a stento. Proprio all’Atlantico, da adolescente, aveva assistito al primo concerto della sua vita: i Verdena. Trovarsi a esibirsi su quello stesso palco, ha rappresentato il segno gentile delle cose che si compiono, chiudendo un cerchio.
La scaletta ha attraversato tutto il suo repertorio mettendo in fila una generosa sequenza di tutti quei piccoli gioielli della canzone italiana contemporanea che l’artista ha composto. La forza della sua scrittura è emersa con chiarezza: canzoni che si muovono su un equilibrio sottile tra originalità e nostalgia, tra immagini di quotidianità e improvvisi slanci poetici. Giorgio Poi continua a seguire una traiettoria personale, lontana da schemi e definizioni, con una naturalezza che non ha bisogno di costruzioni. Le melodie sembrano cucite addosso alle parole, e le parole restano leggere, come fili sottili a cui si appendono frammenti di vita semplici, evocativi, profondamente veri.
È proprio questa apparente semplicità il suo punto di forza: un modo di tenere insieme emozioni diverse, rendendole immediate, vicine, lanciandole dritto al cuore di chi le ascolta.
La risposta del pubblico — con la sala sold out da mesi — è stata eloquente. Ogni brano è stato accompagnato con un rispetto raro: ognuno cantava, ma senza mai sovrastare la musica, perdendosi tra le note. Un ascolto attento, partecipe, che racconta più di qualsiasi numero.
Anche la messa in scena ha seguito la stessa linea essenziale: nessun artificio, nessun ospite. Solo la copertina di Schegge a fare da sfondo, attraversata da luci che ne richiamavano le geometrie, e una band affiatata, coinvolta, visibilmente felice di essere lì.
Il concerto ha trovato uno dei suoi momenti più intensi nel crescendo finale, tra La musica italiana, Giorni felici e Tutta la terra finisce in mare, per poi aprirsi in piena energia energia con Missili e Vinavil, prima di chiudersi con la delicatezza di Les jeux sont faits.
Un concerto puro, senza sovrastrutture, capace di restituire alla musica il suo valore più semplice e, proprio per questo, più raro. Siamo usciti dall’Atlantico con una sensazione precisa: quella di aver attraversato qualcosa di leggero ma necessario, come un abbraccio in una giornata di pioggia. E con le canzoni ancora addosso, camminando piano, continuando a guardare le cose — anche solo per un momento — con uno sguardo diverso.
“Perché se niente può farmi male
Niente è quello che cercherò”
Testo e foto di Ginevra Baldassari
Ringraziamo Roberta di GDG Press
