Roma, Monk Club, 11 novembre 2025 – Ci sono concerti che sembrano cancellare il tempo, riportandoci dritti all’origine di tutto. Quello di Bob Mould ieri sera è stato sicuramente uno di questi. Nella sala intima del Monk, un numero raccolto di fortunati spettatori ha assistito a un evento che aveva il sapore della storia.
Bob Mould, figura seminale della scena alternativa americana e mente dietro gli Hüsker Dü e gli Sugar, ci ha trasportati in un luogo fuori dal tempo, in cui tutto ha ancora il sapore di una nuova nascita.
C’era un silenzio particolare, prima che salisse sul palco. Un silenzio rispettoso, denso, carico dall’attesa di condividere lo spazio con un pezzo vivente della storia del rock indipendente, uno di quelli che hanno tracciato le coordinate di tutto ciò che è venuto dopo.
Niente scenografie, niente band: Mould è salito da solo, imbracciando una chitarra elettrica e creando, fin dalle prime note, un muro di suono capace di riempire ogni angolo della sala. Poche luci su di lui, un amplificatore solitario. A parlare erano solo le note, frutto di decenni di musica rock.
La sala si è rapidamente riempita di un suono pieno e tagliente, senza mediazioni. Bob, da solo, sembrava un gruppo intero. Per un’ora e mezza ha suonato senza sosta, brano dopo brano, senza concedersi neppure un respiro.
Senza pause o parole superflue, le canzoni si sono susseguite in un flusso continuo, attingendo a un vasto repertorio che copre tutta la sua carriera: dagli anni furiosi degli Hüsker Dü alle melodie degli Sugar, fino al materiale solista più recente. A far breccia nel cuore del pubblico, quella tensione emotiva che ha fatto scuola e che ancora oggi risuona nelle band alternative di ogni paese, incluso il nostro.
Senza richiami nostalgici, senza orpelli, Mould ha attraversato decenni di musica, eseguendo ogni brano con l’urgenza e l’intensità che lo contraddistinguono, ricordandoci l’influenza profonda che la sua musica ha avuto su generazioni di band, dal post-punk al rock indipendente contemporaneo.
Impossibile, ascoltandolo, non pensare a quanto tutto sia iniziato da lì: da quei suoni ruvidi, veloci e sinceri che negli anni Ottanta hanno aperto la strada all’intero universo dell’alternative rock. Quando ha intonato brani come “Never Talking to You Again”, la sala, in buona parte popolata dai fan dell’epoca, si è di nuovo riempita di silenzioso rispetto ed emozione, lasciando riverberare l’eco di un tempo in cui la musica era urgenza, necessità, scoperta.
È stato impossibile è stato non pensare con commozione anche a un’altra figura storica degli Hüsker Dü: il compianto Grant Hart.
Mould ha confermato ancora una volta che la sua voce, ruvida e autentica, è una delle più riconoscibili e ispirate della scena alternativa. Nei suoi riff compressi e nella voce inconfondibile si conservano intatte la rabbia, la vulnerabilità e la lucidità di chi ha visto il rock cambiare forma, diventandone uno dei principali artefici.
Ieri sera è stato come se per un istante la linea del tempo si fosse piegata: il concerto non è stato un effetto nostalgico, ma un promemoria di quanto la musica possa essere viscerale, sincera, necessaria. E nel piccolo spazio del Monk, ogni feedback, ogni vibrazione di corda, è sembrato riaccendere lo spirito di una scena che pensavamo ormai offuscata, relegata ai ricordi.
Ad aprire la serata, Che Arthur ha preparato il terreno con un set scarno e potente, per sola voce e chitarra. Crooner minimale dal timbro profondo, ha offerto un set intimo e spoglio, perfetto preludio alla serata: canzoni nude, vibranti, che hanno preparato l’ascoltatore al viaggio interiore di Mould. Puro e senza filtri, è stato il perfetto inizio di una serata che ha celebrato la memoria musicale, alle note che vengono dall’anima e si esprimono senza mediazioni.
Uscendo dal Monk, l’aria di novembre sembrava più leggera. Forse perché, per un paio d’ore, abbiamo riscoperto com’era la musica quando la si viveva da vicino, nelle piccole sale e nei centri sociali: rumorosa, fragile, eppure capace di spalancarti il mondo.
Un concerto che ci ha riportati indietro nel tempo, a quando la musica aveva ancora il potere di sorprenderci e di trasmetterci quell’energia vitale che solo i grandi artisti sanno evocare. Ci resta addosso la sensazione di aver toccato qualcosa di vero. Una di quelle notti che ti fanno capire perché la musica conta ancora: ti ricordi?
Ringraziamo Sofia Della Valle e Alice Degortes di Barley Arts
Testo e foto di Ginevra Baldassari
