Afterhours live a Roma: piccole iene ruggiscono ancora

Roma, 6 luglio 2025 – La notte scende calda sull’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, e nel silenzio carico d’attesa vibra un’eco che ha attraversato due decenni. Il pubblico attende impaziente questa seconda esibizione romana degli Afterhours, riuniti in occasione dei vent’anni dall’uscita di “Ballate per piccole iene”.
In scaletta nella prima parte dello show passano infatti tutti i brani dell’album. Con il mantra distorto e ancora tagliente del brano che dà il titolo all’album, gli Afterhours riportano in scena un pezzo fondamentale del loro DNA artistico, rievocando uno dei dischi più incisivi del rock alternativo italiano degli anni duemila.

Il “Ballate per Piccole Iene – Tour 2025”, partito da Bologna il 26 giugno, non è un tributo nostalgico: è un omaggio e un’esplorazione feroce e consapevole della propria storia, un atto di fedeltà verso un pubblico che negli anni è cambiato, ma non ha mai smesso di riconoscersi in quelle melodie abrasive e liriche scomode. Per l’occasione Manuel Agnelli ha radunato attorno a sé la formazione storica – Andrea Viti, Dario Ciffo, Giorgio Prette – come a voler chiudere un cerchio, o forse, ci auguriamo, aprirne un altro. Ad affiancare il gruppo, al basso e altri strumenti, c’era Giacomo Rossetti, che ha già accompagnato Manuel nei suoi tour solisti.

Il palco dell’Auditorium ha così accolto una scaletta che ha raccolto, oltre ai brani dell’album, tutti i pezzi che hanno segnato il loro percorso. Come un racconto, tra gli abissi del 1997 e il presente: dalle scariche elettriche di “La vedova bianca” e “Carne fresca”, fino alla carezza aspra dell’omaggio a De André con “La canzone di Marinella”. Un viaggio che non ha concesso sconti, che graffia ancora con “Male di miele”, “Non è per sempre”, “Voglio una pelle splendida”. Canzoni che suonano come pietre miliari del viaggio artistico della band, ritornate a Roma per colpire con la stessa lucida ferocia.

Se “Ballate per piccole iene” nel 2005 era stato uno squarcio, oggi torna come cicatrice ancora viva. Lo dimostra il pubblico romano del 6 luglio, accorso numeroso e partecipe, tutt’altro che passivo. Non c’è nostalgia, né semplice celebrazione: c’è riconoscimento. Dai fan fedeli della prima ora, ai nuovi adepti che hanno scoperto la band solo recentemente. Ogni verso urlato, ogni distorsione abbracciata senza filtri. Un patto che rinnovato tra palco e platea, un’urgenza che passa da corpo a corpo, senza mediazioni.

Dal punto di vista performativo, gli Afterhours si sono presentati con un suono granitico, essenziale e cupo, costruito su dinamiche calibrate ma spietate. La band ha restituito all’album tutta la sua forza viscerale, senza edulcorazioni. Le chitarre tagliavano l’aria con precisione chirurgica, la sezione ritmica pulsava con furia trattenuta, il violino di Dario Ciffo strisciava sulle ferite sonore come un coltello lento. E sopra tutto, la voce di Agnelli: carica, oscura, tesa, ma lucidissima. Non un’esibizione di mestiere, ma un rituale sentito, profondo, necessario.

C’è ancora rabbia, sì, ma è una rabbia lucida, politica nel senso più profondo: la volontà di non anestetizzarsi, di non arrendersi alla neutralità. Ogni brano sembra chiedere una reazione. “Non è per sempre”, proposta nell’ ultimo bis, arriva quasi a ricordarci che anche la disillusione può essere un motore. “Voglio una pelle splendida”, infine, chiude come una promessa: nessun pensiero superficiale, la salvezza è quella che si conquista lottando.

A vent’anni esatti dalla sua uscita, Ballate per piccole iene sembra parlarci oggi con la stessa urgenza di allora, forse addirittura con più chiarezza. Quelle che potevano sembrare inquietudini generazionali o rabbie private, si rivelano visioni lucide, profezie emotive, piccole anatomie del disagio che continua a scorrere sotto la pelle del nostro presente.

Il concerto romano lo ha dimostrato: il tempo non ha addolcito gli spigoli, non ha spento le domande. Gli Afterhours sono ancora qui, non per rivendicare un passato glorioso, ma per ricordarci che la musica può – deve – avere ancora qualcosa da dire. Che può ancora smuovere, far pensare, far tremare le ginocchia e accendere lo stomaco. Non è una questione di revival, è una questione di onestà.

E allora forse il valore di questo tour sta proprio qui: nel rimettere in circolo un linguaggio che non ha perso potenza, nel ribadire che il rock – quello vero – non è solo una posa, ma un modo di stare nel mondo. Anche oggi, soprattutto oggi.

Ad aprire il concerto questa sera si sono esibite due giovani promesse del panorama alternativo: il cantautorato urlato e straziante di Fitza e il punk wave dei Dirty Noise . Manuel Agnelli si impegna infatti personalmente a scoprire e lanciare giovani artisti che veicolino ancora musica che faccia pensare e reagire, in rottura con il mainstream che ci viene propinato massivamente dai media. Dalle esibizioni nel suo locale Germi, al podcast Leone per Agnelli, sono molti gli artisti emergenti supportati dal frontman, che oltre al passato guarda con lucida speranza verso un futuro migliore.

 

Articolo e foto di Ginevra Baldassari

Ringraziamo Marta Fontana di Musica per Roma e Andrea Pieroni di MC2 live

 

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