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Quattro chiacchiere con Udde, tra ritratti contaminati e passati che scottano

Quattro chiacchiere con Udde, tra ritratti contaminati e passati che scottano

Tempo fa vi avevamo palato di Udde, compositore e polistrumentista che col suo The Familiar Stranger ci ha condotto in una dimensione elettronica e sperimentale, a braccetto col baroque pop intriso di synth e emozioni. Dopo la recensione, abbiamo chiesto a Udde di introdurci nel suo presente musicale fatto di un progetto intenso e caparbio come quello mostrato proprio in quest’album. Dopo l’ep marchiato Fog, il nostro artista ha infatti virato verso un interessante produzione, con retrogusto pop e contaminazioni d’alto bordo.

The Front Row: Dove nasce il progetto Udde, e come si costruisce la voglia di far musica sin dalle origini nell’assolata Sardegna?
Udde: Il progetto Udde nasce nella mia testa, e non credo abbia a che fare con una determinata coordinata geografica o con uno specifica condizione metereologica. Forse all’inizio si prende lo strumento in mano per emulare qualcuno e per far colpo su qualcuna. Nel mio caso però io, almeno agli inizi, volevo emulare Ringo Starr, che non era proprio un bel ragazzo.

TFW: quali sono le ispirazioni più vicine al tuo suono? Il tuo passato musicale c’entra molto con The Familiar Stranger?
Udde: Anche se la new wave non è il mio genere preferito non posso negare di essere rimasto scottato da certi musicisti dell’epoca. Certamente i PIL di Joh Lydon erano tra i più interessanti. Ed io reputo John Lydon un vero genio della musica rock. Ma non credo si senta la sua influenza. Purtroppo. Il mio passato c’entra eccome, perché volente o nolente quello che ti entra dalle orecchie, una volta assimilato, viene fuori.

TFW: La quotidianità è il nesso chiave dell’album, parlaci di qualche episodio da cui ha tratto spunto?
Udde: Ero ancora adolescente, ed aspettavo il bus sotto casa mia. Ad un certo punto ne arriva uno, che si ferma per far salire i passeggeri alla fermata. Non era il mio, quindi ho assistito dall’esterno alla scena in cui una ragazza, dentro il bus, abbassa il vetro e si mette a dire qualcosa di incomprensibile a tre ragazzi che attendevano un altro bus, che stavano non molto distanti da me. Non si capiva nulla di quello che diceva, ma appena il bus è ripartito lei ha preso la mira ed ha lanciato uno sputo a velocità della luce addosso ad uno di quei tre. Una scena fantastica, soprattutto perché non ero uno di quei tre.

TFW: Same old song, mi ha stregato. Quale sono secondo te i pezzi più riusciti dell’album?
Udde: Probabilmente The Bridge Carousel è la più pura. Quella in cui non mi sono preoccupato del senso della misura, dell’omogeneità. Ma non sono legato in particolare a nessun pezzo di quegli 11, anzi, a dire la verità, in questo preciso momento li odio tutti.

Intervista a cura di Andrea Alesse

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