5 domande facili facili ai The Johnny Clash Project

5 domande facili facili ai The Johnny Clash Project

Un disco d’esordio che sta facendo molto parlare di sè, accanto ad una band genuina e sempre pronta a mettersi in gioco. Loro sono i The Johnny Clash Project,  e la loro musica non passa inosservata. Non semplici cover, ma arrangiamenti da rocker di vecchia data.

Li abbiamo raggiunti durante il loro tour europeo, tutt’ora in corso, per farveli conoscere meglio con queste 5 domande.

1-Ho ascoltato a lungo il vostro lavoro e mi sono convinto che non si tratta di sola passione per gli artisti a cui si rifa il vostro gruppo. Raccontatemi un po’ del vostro progetto..

Suoniamo insieme nei Johnny Clash da circa 5 anni, nonostante periodi di attività alterna dovuti ad impegni con altre band (The Giant Undertow, Lucky Strikes, Muddy Worries, etc). Siamo partiti effettivamente dalla passione per gli artisti di riferimento e dalla voglia di incaponirci in una delle farneticazioni che escono al bar tra una gag e uno spritz. Ma evidentemente non saremmo andati avanti se non ci fossimo scoperti un gruppo vero, con alti e bassi, che si diverte e che si rompe le palle, che cresce e che ne passa tante insieme, musicalmente e umanamente. Questi sono tutti aspetti che nelle canzoni, anche se non lo fai a posta, entrano a gamba tesa.

I pezzi li sentiamo molto nostri, in un modo sicuramente anomalo. Le canzoni dei Clash che abbiamo reimmaginato ci risuonavano nella testa e nello spirito da anni, e il gioco di smontarle e rimontarle facendo finta di essere qualcun altro, qualcuno di epocale, immenso, è stata una bella sfida. In realtà l’obiettivo finale è quello semplice e sempiterno di far venir fuori delle belle canzoni, mantenendo quell’attitudine DIY mattacchiona che fa parte di questa band fin dall’inizio.

2- Visto che i Clash sono, e saranno sempre, un gruppo fondamentale per la nostra formazione, volevo chiedervi cosa vi suscita la loro musica.

Le canzoni dei Clash ci ispirano una sana incazzatura, un’onestà stradaiola e fumosa, ideali ed energia senza tempo e senza luogo. L’amicizia e la nostalgia di “Stay free”, l’epicità di “Death or glory”, la poesia da fine serata di “Death is a star” e l’intensità di “Bankrobber” sono grandi cose.

3- Ci saranno mai, secondo voi, altri gruppi di così forte impatto politico-sonoro?

Mai dire mai, ma per ora ci sembra che il mondo, musicale compreso, sia un altro.

Oltre che giovane, spudorato e arrabbiato devi conoscere quello che ti circonda e saperlo raccontare, e devi avere la speranza che quello che sputi fuori possa servire per cambiare le cose. Oggi è più difficile, il coraggio scarseggia e i messaggi politici scadono ad una velocità supersonica.

Senz’altro le band che parlano di politica, in modo ovviamente diverso rispetto agli anni ’70, esistono anche oggi, ma non fanno la musica più figa che ci sia in circolazione. Ma se ne conosci faccelo sapere!

4- quali sono tre dischi che non mancheranno mai nel vostro Van in tour?

Siamo molto fatalisti in quanto a scelta della musica da avere in furgone, ma tendenzialmente si parte con una compilation di classici country comprata all’autogrill la volta prima, poi si sperimenta e si litiga un attimo finchè ci fermiamo su “Pink flag” degli Wire. Ad un certo punto arriva il momento di “Piper at the gates of dawn” dei Pink Floyd, che mette sempre d’accordo tutti.

5- Cosa pensate della scena musicale alternative-italiana? Nel senso, oltre l’itpop c’è speranza?

Ottimi gruppi e ottimi musicisti non mancano, quello che manca è forse la scena alternative-italiana. Viviamo in tanti piccoli microcosmi, legati dal contenuto musicale ma ancor di più da legami di amicizie e appartenenze a questo o a quel filone. Molte volte si tratta situazioni belle e interessanti, in cui cerchi di godertela facendo quello che ti piace fare, senza troppe pretese, mentre ti lamenti delle nuove mode.

Per quanto riguarda l’Itpop odierno, non siamo ferratissimi, ma da lontano ci sa un po’ di fermento confuso, arrivista e musicalmente noioso.

Ma noi facciamo le cover, non possiamo lamentarci.

Intervista a cura di Andrea Alesse

 

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