Tra spirito folk e anime dilatate, intervista a Angus McOg

Tra spirito folk e anime dilatate, intervista a Angus McOg

Angus McOg lo abbiamo recensito da poco, ma dato che il suo album “Beginenrs” meritava molto di più che delle solite parole di incasellamento musicale abbiamo deciso di intervistarlo. Ecco allora cosa ci ha risposto il talentuso artista ch esi ciba di art-folk e minimal indie.

 

1) Un progetto interessante parte da un nome interessante. Spiegaci  qualcosa sull’origine di Angus McOg.

Il nome nasce in realtà molto, molto tempo prima che Angus McOg diventasse quello che è ora. Ero giovane, molto giovane, e volendo mettere in piedi il mio primo gruppo pensavo che ci volesse un nome altisonante… così aprì alcuni libri di mitologia alla ricerca di qualcosa che suonasse giusto. Ovviamente l’idea era pessima e non c’era un solo nome che non risultasse ridicolo o improbabile… Poi mi fermai su questo Angus Mac Og, dio irlandese dell’amore e della poesia, figlio di un amore fedifrago tra la dea delle acque e il sovrano del pantheon irlandese. E la mia giovane mente fresca di liceo si convinse che questo dovesse essere un ottimo nome! La “a” di “Mac” sparì nel giro di poco tempo perché era fonte di continui errori sui volantini dei circoli di provincia. Nel corso degli anni ne ho parlato con alcuni irlandesi veri: per loro è ok anche “Mc”, ho il loro benestare… E col tempo Angus McOg è diventato in pratica il mio alter ego, di cui farei fatica a liberarmi anche se mai volessi.

2) Un nuovo disco dopo cinque anni. Ci vuole calma per generare un  lavoro profondo come “Beginners“?

Beh, intanto grazie per aver chiamato “Beginners” un disco profondo. In realtà sono stato anni in cui ho fatto un po’ tante cose che volevo fare prima di tornare a registrare. Intanto ho cambiato un paio di lavori. Mentre musicalmente parlando mi sono immerso per un po’ in cose che da tempo mi sarebbe piaciuto esplorare meglio, dalla chitarra country blues folk alle sonorizzazioni. E poi l’inizio della collaborazione con Luca è stato un momento importante. Per fare il punto e rimettere in fila tutto abbiamo per esempio atteso che lui finisse con i Giardini di Mirò il tour dei 15 anni di “Rise and fall of academic drifting”. Dopo siamo veramente partiti per stringere sul disco.

3) Quali sono i punti di forza del disco? E quali le cose che il  progetto Angus McOg deve far sue per migliorare la sua musica?

Sempre difficile rispondere a domande di questo tipo. Penso che da un lato l’aver messo certi “paletti” alla scrittura di questo disco sia stato qualcosa di molto positivo per la sua coesione e messa a fuoco. Ad esempio l’idea è che ogni brano sia scritto come se fosse un racconto breve, quindi anche un po’ nel rispetto di quello che si fa con questo tipo di scrittura, tratteggiando le ambientazioni e cercando di tenere una certa tensione narrativa. Poi credo siamo riusciti a tenere un filo conduttore piuttosto coerente tra le anime più folk e quelle più dilatate.
Le cose da migliorare nono sono tante: sono infinite. Posso provare intanto a indicarne un paio. Mi piacerebbe soprattutto arrivare a scrivere e buttare fuori un nuovo lavoro molto velocemente, per concentrarsi di più sull’immediatezza che non sulla sedimentazione. E mi piacerebbe mantenere una certa articolazione negli arrangiamenti, ma con un numero di tracce e strumenti più essenziali. Credo che andando in questa direzione possiamo arrivare ad essere più diretti e penetranti.

4) Hai uno spirito nomade che il disco riesce a fat venir fuori. Parlaci  di “Turkish delight“. Cosa c’è dietro questo pezzo?

In realtà Turkish Delight non è un brano particolarmente nomade… Nasce da una storia ambientata a Bologna e vissuta in prima persona da un amico che qualche tempo fa si riprometteva di farne un cortometraggio. E’ una storia d’amore, ovviamente, e sì, lei veniva dalla Turchia. La vicenda originale è piuttosto ricca di dettagli e passaggi, che nella scrittura del brano diventavano un po’ poco efficaci e gestibili. Così il testo più che spiattellare la sequenza degli eventi è una specie di soggettiva sui pensieri all’interno della testa di lui che cammina per le strade del centro di Bologna. E così, tra flash di memoria e sentimenti e contrastanti, fondamentalmente se la racconta, quando nella realtà lei è ormai già uscita di scena. La coda strumentale è se vuoi un po’ una colonna sonora per le sinapsi frastornate del nostro protagonista.

5) Cì sono progetti di live o tour a breve? 

Data zero il 22 settembre al Mattatoio Culture Club di Carpi (MO). Dopodiché saremo un po’ in giro per il centro – nord, mentre da gennaio dovremmo finalmente tornare dal vivo anche nel Regno Unito

 

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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