Stone Sour e The Pretty Reckless chiudono il tour all’Alcatraz di Milano. Ecco com’è andata.

Stone Sour e The Pretty Reckless chiudono il tour all’Alcatraz di Milano. Ecco com’è andata.

A dieci giorni esatti dal natale, una coltre fredda e spessa si abbatte su Milano, ma non sull’Alcatraz dove lo scorso venerdì si sono esibite due delle band più hot nell’ambito rock, e non parliamo solo di musica.
Da un lato ci sono gli headliner Stone Sour, capitanati dal frontman degli Slipknot Corey Taylor e dal leader del gruppo Josh Rand, che presentano il nuovo album Hydrograd, dall’altro i The Pretty Reckless dove a farla da padrone è l’ex modella, ormai cantante, Taylor Momsen.

 L’attesa per vedere gli headliner è alta, ma grazie ad un nutrito numero di giovani fan della band in apertura, Momsen e soci si trovano a suonare davanti ad un Alcatraz gremito dove buona parte dei presenti canta le canzoni e l’altra sbraita alla giovane di togliersi i vestiti. Ma queste ingiurie hanno breve durata, perchè i The Pretty Reckless sono una band tosta e lo dimostrano fin da subito con una sezione ritmica impressionante e i virtuosismi del chitarrista Ben Philips senza però mettere in ombra la regina del gruppo che ammalia tutti con un mix di movenze studiate davanti allo specchio e la sua voce acuta, che però a lungo andare snoia un po. Pollice alto per i bellocci spericolati che in un ora abbondante di spettacolo presentano il meglio dalla loro discografia con Make Me Wanna Die, Going To Hell e Follow Me Down dando anche ampio spazio a Who You Selling For, l’ultimo lavoro in studio promosso ad inizio anno con un tour passato dal Fabrique di Milano e dall’Estragon di Bologna con Hangman, Prisoner e la chiusura Take Me Down.

La band dell’Iowa è solita a portarsi a spasso operner di un certo livello, dagli Hellyeah nel tour di Audio Secrecy, a niente meno che i Papa Roach durante l’ultimo passaggio a Milano, ma mai nessuno di questi è riuscito a mettere i piedi in testa agli Stone Sour, che poco dopo le nove prendono possesso del palco dando il via alla festa. Ed è proprio di una festa che si tratta con tanto di fontane e coriandoli che vengono accese e sparati a più riprese durante lo show.
Il ruggito di Corey Taylor riempie il locale, ma subito si spezza per far spazio a parti vocali più dolci, partendo con la nuova Taipei Person/Allah Tea e Knievel Has Landed (introdotta dal classico bestemmione del cantante).
Forse la band è cosciente del fatto che Hydrograd non sia un album perfetto, decidendo quindi di centellinare le canzoni più interessanti durante tutto il concerto, inframezzandolo con molti brani tratti da Come What(ever) May, con le immancabili Made Of Scares, Reborn e 30/30 – 150, le smielate Through Glass e Hesitate, dove in quest’ultima si sente tutta la fatica vocale accumulata alla fine del tour, e la super sorpresa Cold Reader, tratta dall’omonimo album assieme a Get Inside.

Tutto procede per il giusto verso, a parte appunto la voce di Corey che in alcuni allunghi manca e in altre parti fa cantare il pubblico, gli altri musicisti suonano alla grande: Roy Mayorga spadroneggia dietro le sue pelli in maniera impeccabile mentre il chitarrista Rand esegue alla perfezione tutti i suoi assoli che sembrano usciti da un videogame anni 80. Menzione anche ai due turnisti Christian Martucci e Johny Chow che svolgono il loro sporco lavoro dimenandosi tutto il tempo arrivando al meritato riposo in un batter d’occhio.
L’encore riporta gli animi a mille suonando consecutivamente Gone Sovereign e Absolute Zero, ma la band riporta tutti con i piedi per terra srotolando 5 pupazzi gonfiabili che salutano il pubblico sulle note di Fabuless.

Un’altra ottima performance per il gruppo tenuto in piedi dalla voce di Corey Taylor, infatti grazie al suo timbro inconfondibile riesce a rendere unico (almeno dal vivo) un gruppo come gli Stone Sour che ormai da due album a questa parte danno segni evidenti di poca inventiva. 

Testo a cura di Stefano Cremaschi

 

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