Steal Shit Do Drugs, garanzia garage rock al vostro servizio

Steal Shit Do Drugs, garanzia garage rock al vostro servizio

Autori: Steal shit do drugs
Album: Steal shit do drugs
Etichetta: Annibale Records

2014, Seattle, una compagnia di ragazzi è stanca della solita vecchia storia: band fighe che scelgono nomi terribili. Decidono, quindi, di formare un gruppo rock con un nome che li rende unici e appetibili: Steal shit do drugs. Ma loro non voglio essere appetibili, vogliono solo spalmare le ossa dell’ascoltatore di un sano rock and roll macchiato di sangue psot punk e da animo garage di perdizione alla JJ Allin. Un album omonimo per rivendicare la loro disaffezione per inutili brand da copertina e per animare locali che non sono quelli finti della serie tv Vynil. Il nichilismo c’è e si sente, più che si vede. Undici tracce che lanciano Kennedy Carda (voce, testi), Pete Capponi (batteria), Erika Mayfield (basso), Jermaine Blair (chitarra) e Ricky Claudon (chitarra – già in passato con The Intelligence, Monogamy party, Coconut Coolouts) in un mix incandescente e dannato, un groviglio di suoni sporchi e acidi che ascoltiamo grazie alla conoscenza underground degli amici fiorentini dell’etichetta Annibale Records.
Dopo che nel 2015 gli Steal shit do drugs hanno pubblicato il primo EP, intitolato First comes money ( su label Help yourself Records), eccoli che si muovono verso il loro debutto sonoro che prendi a calci in faccia il buonismo di certo rock and roll nostrano. Sin da subito Whiting Tennis crea l’atmosfera giusta con deviazioni acide e nervose costruite su di un riff di chitarre e un ritornello robotico, urlato come in un testamento dei Black Flag. Il loro è un suono uscito dalle compilation di qualche quartiere ghetto dove i Ramones sono già roba per dirigenti d’azienda. Per questo l’inno Trash Man li rende ancora più deviati e devoti alla mentalità di strada. Cinismo rock and roll che fa ribaltare le Cadillac parcheggiate anni luce dal quartiere di residenza, con voce urlata su tempi da nervous breakdown.
In Royal parte un accordo alla Black Keys elettrico e impantanato poi in un tempo handclapping vecchia scuola, mentre Organdic manifesta una potenziale orecchiabilità con accenni di acustico sempre deviato. Trionfa contro l’eutanasia del già sentito la veloce Eye Sore, prima di una furia simil hardcore colpita da percussioni e illusioni spezzate (ITCH).
Sul finire, 8.15mg rimanda a dei Gun Club persi in qualche pasticca di efedrina, antipasto alla poesia rock di strada di Michelle, orgoglio post 77 per amanti del sacro cuore rock con chiodo e attitudine. Li definiscono un incrocio tra Scratch Acid, Flipper, Pussy Galore. Bene, ora cosa aspettate a procurarvi il disco?

Testo a cura di Andrea Alesse

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