Is This The Life We Really Want?: la recensione del nuovo capolavoro di Roger Waters

Is This The Life We Really Want?: la recensione del nuovo capolavoro di Roger Waters

Recensire il disco di un musicista che ha l’etichetta di leggenda non è cosa semplice, ma se il musicista in questione ha addosso l’etichetta di Dio della musica, l’impresa diventa ancora più ardua. Lo abbiamo atteso 25 anni, ma finalmente l’ex Pink Floyd, Roger Waters è tornato. Uscirà domani 2 giugno,  Is This The Life We Really Want? disco prodotto da Nigel Godrich (Radiohead, Paul McCartney e U2 giusto per citarne un paio) dopo due lunghi anni di lavoro.
Roger Waters non ha fatto un semplice disco, ha prodotto un capolavoro di una bellezza impressionante e Godrich in fase di produzione è stato  fenomenale.
 Da quando David, Roger, Nick e Richard non suonano più assieme, questo disco è la miglior cosa composta da un ex Floyd, e per chi vi scrive, da sempre di fede “Gilmouriana” scrivere questa frase è veramente “doloroso”.
Ma passiamo ad ascoltare e parlare nei di questo nuovo disco di Waters, vi consigliamo l’ascolto con i testi sottomano, perché Waters, oltre ad essere uno dei musicisti più importanti degli ultimi 40 anni è anche uno dei parolieri più importanti della storia della musica.
Roger Waters, apre questo disco con When we were young, un cupo intro che si apre con voci filtrate e  il rumore delle lancette (al via l’operazione nostalgia con un mix tra Wish You Were Here e Time). E poi, ecco Dèjà vu  l’ingresso di una chitarra acustica e la voce di Waters (più cupa rispetto ai lavori precedenti, i quasi 74 anni cominciano a sentirsi) creano un connubio che tanto ricorda alcuni passaggi di Animals, questo brano ci accompagna sin da subito in quello che sarà il mood del disco: una cupezza pessimistica. Il crescendo della musica, grazie ad un uso massiccio dell’orchestra è emozionante, uno dei migliori brani di Waters da solista, da lacrime.
La successiva The Last Refugee è un brano che sente l’influenza di The Final Cut, il disco che mise la parola fine alla permanenza di Roger Waters nei Pink Floyd.
Picture That è il quarto brano, e suona esattamente come un altro disco fondamentale per la storia dei Pink Floyd: Animals. “Picture the casbah, picture Japan Picture your kid with his hand on the trigger Picture prosthetics in Afghanistan” cita l’impietoso testo, che elenca le peggiori disgrazie della storia dell’umanità  
Ed ecco Broken Bones, la seconda perla di questo capolavoro Watersiano, la parte musicale è semplicemente divina, Waters e Godrich non sbagliano un colpo, e il testo di Waters è di nuovo crudele e riflessivo “When World War II was over, though the slate was never wiped clean We could have picked off of them broken bones We could have been free But we chose to adhere to abundance We chose the American Dream”. Come era prevedibile, anche nei testi il buon Roger Waters non si è risparmiato una frecciata agli Stati Uniti: ricordiamo la dura accusa di Waters che definì Trump un “maiale ignorante”, ma sopratutto la dichiarazione rilasciata alla stampa qualche giorno fa “Questo nuovo disco è il mio manifesto contro quello sciocco di Trump”.
Siamo a metà disco quando finalmente arriva la Title track, basata su una poesia di Waters scritta nel 2008, una canzone cupa e triste che ricorda vagamente Welcome To The Machine. E ancora Bird in a Gale che continua il mood di Welcome To The Machine e del  disco Wish You Were Here. Il disco cala un po’ d’intensità e si fa a tratti anche meno straziante e più allegro come in Smell the Roses, il brano più “Pink Floydiano” di tutto il disco, con tanto di, incredibile ma vero, assolo di chitarra con un sound vagamente Gilmouriano.
Roger Waters ci accompagna verso il gran finale, e ovviamente se sei un ex Floyd, il finale non può e non deve essere banale. E allora ecco una suite, sull’amore divisa in tre brani. Che inizia con Wait For Her: l’intro ricorda qualunque classico Watersiano, il brano cresce e l’atmosfera si rende cupa, il suono dei Floyd dei tempi migliori emerge,  e l’ascoltatore viene sommerso da un muro di bellezza sonora. La suite prosegue con Ocean Apart, che sembrerebbe una versione 2.0 del classico Mother (The Wall). L’ultimo atto è quello di Part Of Me Died, è qua, se siete persone che si commuovono facilmente, preparate i fazzoletti, Waters ci regala un brano di una cupezza e intensità che lo riporta veramente al livello delle composizioni degli anni ’70: testo, suoni e arrangiamento sono a livelli che solo i Pink Floyd avrebbero potuto raggiungere.

In conclusione, dovessimo dare un voto in decimi al disco, supererebbe ampiamente il 9. L’attesa è valsa la pena, Roger Waters è ancora un Dio della musica, e può ancora insegnare alle nuove generazioni il significato di fare musica.
Quando tutto sembrava finito, le due menti principali dei Pink Floyd hanno realizzato due nostri sogni: prima il disco da solista (bellissimo) di Gilmour nel 2015 e poi Waters questo capolavoro nel 2017. Ora resto solo un sogno,quello impossibile per davvero, la reunion.

Testo di Alberto Gandolfo  

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