The Brian Jonestown Massacre, sold out e psichedelia alla Santeria di Milano

The Brian Jonestown Massacre, sold out e psichedelia alla Santeria di Milano

Era il 1996 e la California ancora era il mito di intere generazioni. Prima ancora delle derive sintetiche, gli stupefacenti erano ancora visti come l’apertura di un mondo nuovo, che con la musica poteva portare all’idillio. In questo clima generale, prendevano piede i The Brian Jonestown Massacre, una sintesi oggi perfetta di lungimiranza e passione che attraversa le epoche e i cambiamenti. Un patrimonio comune della neo-psichedelia che ieri ha sancito il sold out nella prima data italiana, alla Santeria Social Club di Milano.

Tutto, sul palco e probabilmente anche fuori, ruota ancora intorno a lui, Anton Newcombe. Un guru carismatico e problematico che gli eccessi non hanno assolutamente abbattuto, al cospetto di un età che avanza e di una stempiatura che lo accompagna alla chitarra. Più di quaranta cambi di formazione non lo hanno scalfito,  aiutandolo invece nella sua missione di divulgazione di un animo rock sensibile alla morfina psichedelica e alla contaminazione. E nella nuova versione del suono, che si è fatto rarefatto come ai vecchi tempi, sul palco milanese i The Brian Jonestown Massacre portano in scena “Something Else”, diciassettesimo album della band, che miete vittime tra i fan della prima ora e non solo, con le sue ondulazioni che ricordano gli Spiritualized, strette in un palco che fa fatica a contenere lo splendido klan/famiglia che ora sono diventatati gli americani.

Un groviglio di riverberi ed echi della miglior psichedelia eterea, prima ancora di Spaceman 3 e compagnia bella, per sposare un connubio con una matrice sonora mai sopra le righe e i decibel. Occhiali scuri e abbigliamento sixties, con Newcombe che si mette di lato e posiziona al centro il buon Joel Gion con maracas e cerchio a sonagli.

Tra basette vecchio stampo e il logo ben fisso dietro di loro, i The Brian Jonestown Massacre profetizzano una tensione sonora che viaggia spedita dietro le loro quattro chitarre, mai fuori luogo. Canzoni come We never had a chance sono dal vivo la predicazione su di un futuro che vedere negativo è ormai superfluo, mentre gli sguardi dietro gli occhiali si fanno tormentati e i riverberi delle chitarre sono l’unica cosa a cui aggrapparsi. Musica perfetta per sostenitori delle teorie degli iper oggetti di Morton, per vicinanza con una visione traumatica dell’essere musicista che mal si sposa con una produzione bulimica, in buona mostra al banchetto accanto alla storica maglietta con su scritto “Eat shit”.

What Can I Say? e simili brani sono il loro regalo ai presenti stretti l’un l’altro, nel cercare la forza di una band che non inneggia più al massacro del tempio del popolo del 1978  e al chitarrista dei Rolling Stones morto annegato Brian Jones (ricordati nel loro nome), ma che spinge oltre ogni revivalismo, per un presente disarticolato che è stato ieri sera snocciolato anche nella genuina filastrocca psicotica dal titolo Yeah Yeah. Un serata che tra cambi di chitarre veloci e voce rilassata, al cospetto di una coralità che non si è mai dimostrata aggressiva, che ha visto i nostri esibirsi per oltre 1 ora e 40 minuti, ma con un set che poteva andare avanti per ore e ore.

Stasera, intanto, si replica al Bronson di Ravenna per la seconda e ultima data italiana.

Grazie a Dna Concerti.

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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