Recensioni di interessanti nuove uscite: QLOWSKI e J.H. Guraj

QLOWSKI

Pure as fear

Maple Death Records

Una seconda uscita piena di musica fatta con attitudine e chiodi cuciti addosso, per un’etichetta (Maple death Records) che continua a scalciare anche dopo il trasferimento parziale a Londra. Da Bologna i QLOWSKI, creatura che con il nuovo lavoro rimescola le carte di un disperato e prolifico approccio in 5 tracce di lo-fi garage dark punk rock e oltre.

Parti e ti catapulti in un immagine dei primi e veri The Horrors con Taking Control, arrivando a prendere a calci in faccia una paranoia da periferia che risponde presente con una combinazione elettrizzante di acid rock e vecchi ampli. Effetti dark, i Cure di Accuracy nel cuore, i QLOWSKI sono puri anche quando suonano uno sgangherato pop che sente nell’aria gli Havahh in Golden Boy, mentre gli X gli vengono in soccorso nella traccia successiva, abbracciando voce femminile alla Motorama e ritmi che hanno a cuore un ritmo orgogliosamente sporco. Chiude Needle, più nervosa e tempestata di fuzz riverberanti, con alle prese cappelli anni ’80 e disperazione attuale, come attuali sono i nostri QLOWSKI. Davvero un bel colpo.

J.H. Guraj

Steadfast on our Sand

Boring Machine

 

Dominque Vaccaro nasce a Firmo (Cs), sceglie di identificarsi nel nome con una sua radice arbëreshë (minoranza di origini albanese presente in Italia) e, soprattutto, suona la chitarra come se non ci fosse un domani. Ed ora, il ragazzo è di nuovo in pista, con un nuovo album di quattro tracce strumentali suonate con tecnica e pathos. La realizzazione di un docmentario su di una minuscola isola olandese diviene così il pretesto per creare nuove armonie e nuovi viaggi sonori, tra un approccio country e un salto verso il field recording (Heroes), ma con la chitarra ben salda nel movimento acustico.

Un Maurizio Abate che incontra i ritmi lenti di un disperato Krano, soprattutto in una traccia come Men, col sapore cinematico di una musica alla Starship 9, una musica da gustare in maniera lenta e corposa, a cavallo con un approccio territoriale al concetto di ritmo. J.H. Guraj sa creare luoghi e allucinazioni, anche quando incontra le sperimentazioni tanto care alla sua label (eterna Boring Machines) in Island, ultimo viaggio sui promontori dell’esistenza che l’artista ci regala, col cuore nel folk e il cervello in un trip di lungo godimento sonoro.

 

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it



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