The Horrors, nuova linfa vitale con V

The Horrors, nuova linfa vitale con V

The Horrors

V

Caroline International, Wolflone

Un disco cercato, come cercata è la nuova caratura dei The Horrors. Un casus belli musicale negli anni 00 e oltre, e oggi magnifica creatura mutante che produce un pop rock con inserti electro. Artwork ricercato, nome dell’album semplice V, come un numero romano ma anche come una figura dall’instabile design, essenziale come il loro groove curato e a tratti misticismo. Aggiungeteci le transfiguranti facce che si cambiano di forma ed ecco un nuovo gioiello del 2017.
Capiamoci subito, i The Horrors non comprano più cappelli glam rock e giacche nere, suonando attuali sin dall’iniziale Hologram, brano in cui la vioe di Faris disegna sbiadite sensazioni con una traccia pigra e sensuale. Tutto l’album, a ben vedere, è devoto alle sue corde vocali e ai mid tempo pensati per lasciare il segno tra varie declamazioni metaforiche (Press enter to exit).
Provenienti dall’Essex britannico, i The Horrors cavalcano spesso procedure sonore che richiamano i maestri Depeche Mode, come nella pagina di Machine. Una scelta di gusto, la loro, decisa e solenne come il labirinto elettronico di Ghost, dove ad un tratto i cristalli si rompono nell’armonia sonnolente di un moderno Tom Verlaine che incontra il laptop.
La ricerca dell’equilibrio di V richiede molto impegno, portandosi dietro anche detrattori impegnati a mettere i bastoni tra le ruote a chi in realtà vuole solo esprimersi. Non badate a loro, quindi, quando vi assalgono effetti di dubstep dietro il cantato (Weighed down), oppure quando in Gathering ricompare una chitarra acustica e una melodia che vi cattura.
Tra le tracce di V, poi, non dimentichiamoci di World below e della macchia industrial, come in un distorto paesaggio eighties ricostruito nel nuovo millennio e rocambolesco come un quadro messo al rovescio. Potere della liturgia dei The Horrors, profondamente criptici in It’s A good life, quasi che ci inducano a rivedere le loro orrorifiche radici e le loro vecchie capigliature che neanche i The Misfits all’epoca. Faris, infatti, predica ora beatitudine vitale, come in un tramonto mancuniano dopo la solita pioggia, mentre V si chiude con la brillante Something to remember me by.
Chi se lo fa scappare perde un’occasione.

Andrea Alesse
recensioni@thefrontrow.it

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