Oltre i manufatti senza collocazione, gli Out Of Place Artifacts

Oltre i manufatti senza collocazione, gli Out Of Place Artifacts

Autori: Out Of Place Artifacts

Album: Out Of Place Artifacts

Booking: Sporco impossibile

 

Out Of Place Artifacts, ovvero manufatti, reperti fuori posto.  Una categoria di oggetti con una difficile collocazione storica, che non sarebbero potuti esistere nell’epoca a cui si riferiscono le datazioni iniziali.

Pseudoarcheologia misteriosa, dunque, che se condotta in musica conduce alla band romana dall’omonimo nome alquanto battagliero in campo archeologico, senza dubbio collegato al loro collage musicale messo in piedi con intelligenza in un omonimo disco uscito lo scorso anno. Un cantato inglese che anima versanti post rock, brit e contorni melodici, per un gruppo attivo dal 2005 ed ora maturo per arricchire una forma canzone con piano e violini, a ricordarci della loro sincerità musicale e del loro torpore indie fattosi musica in nove intensi brani.

Un intensità subito aperta alle trame di piano e archi di Little Boy, con una voce calda e una classe che rimanda a mostri sacri quali Broken Social Scene. Si sentono sin dall’inizio i fasti di un epoca musicale che ama una tradizione sognante figlia di costruzioni sonore ben calibrate. Da qui, Fully Obsessed with coffee, secondo brano con sonorità eclettiche e voce robotica che canta dietro una batteria secca e accordi alla  The Pauses.

Quando David Schinzari accoglie maggior calore tra le sue corde vocali, ecco che viene allo scoperto Vetiver una ballad dal cuore anglosassone, con il violino che ci porta verso le rugiade mattutine dei quartieri a mattoncini inglesi, dritto verso nuovo viaggio. Un’altra melodia a far da padrone (Red), per poi condurre gli Out Of Place Artifacts nei meandri di un rock d’autore che con Frog 1 e 2 si crea sempre più credibilità. Bisogna avere coraggio se si è un manufatto senza una collocazione statica e precisa, e allora ricordiamoci anche dell’acustico di Ballantanis 12 (Of monsters and man?), condito da quel mantra che accoglie il piano a porte aperte come in una babele dal cuore british.

In Dorotea i nostri non dimenticano delle radici, con note che partono in un quasi levare e terminano con l’accenno a toni synth in un gradevole falsetto. La chiusura non poteva non accennare a toni epici da post rockers, con il silenzio della voce e gli Out Of Place Artifacts che hanno nella strumentalità la loro essenza.

Andrea Alesse

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