Gianni Maroccolo, la recensione di Alone

Gianni Maroccolo

Alone

Contempo Records

 

Un disco infinito, cinque tracce che celebrano la materia col sentimento estraniante e sperimentale di una macchina fatta per produrre suoni e realtà profonde. Gianni Maroccolo lo conoscete tutti, è una pietra miliare della musica italiana dal passato illustre (CSI e anche Litfiba al basso), dal presente produttivo, e dal futuro radioso. Ed ora ci lascia atterriti con un album profondo, in cui si trovano collaborazioni importanti, quelle di Edda e iosonouncane, e sonorità avvincenti.

Un landscape sonoro che mischia tribalismi arcaici suggestivi  a percussioni altisonanti di un’epicità controversa in un pezzo come L’altrove. Un ancora di salvezza psichedelica in cui si ritrovano brandelli di Amerigo Verardi e vocalismi che arrivano dall’Africa. Una musica per avvicinare l’alieno, una sorta di multiculturalità che nasce lontano, dai canti di una terra depredata e lasciata colpevolmente a se stessa, ma ora pronta al riscatto, anche grazie a Gianni Maroccolo.

Da non perdere, sicuramente, è la cavalcata di Cuspide e del suo mantra elettronico spigoloso, dai toni kraut e dal sapore strumentale cinematico. Una musica da film anche con Tundra, dove gli effetti segnalano degli intonarumori in acido, pronti a disperdersi lungo vie orientali e su di un treno che porta a Calcutta (quella vera, per intenderci). Un brano attento a tutto, in cui gli Autechre con un gusto malinconico incontrano un acustico finale, prima del minimalismo del finale di alone to be continued.

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

 



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