Midwest, il fuoco emozionale che non si spegne

Midwest, il fuoco emozionale che non si spegne

Artista: Give Vent

Album: Midwest                      

Etichetta: diNotte Records

Ringrazio Give Vent e il suo Midwest per avermi ricatapultato negli anni in cui il mio profilo umorale emo-c(u)ore e affini come se non ci fosse un domani. Poche tracce (cinque), di cui tre cover, eppure una predisposizione che colpisce per sincerità e stato d’animo. Più che emo-folk, Give Vent suona un concentrato di hc melodico di stampo acustico, naturalmente devoto a fenomeni quali i capisaldi dell’emotional rock (Jets to Brazil quanto mi mancate). Dietro lo pseudonimo, che in italiano si traduce con un chiaro e diretto “dare sfogo”, si nasconde Marcello Donatelli, già in pista con gli You Vs Everything e autore in solo di Days Like Years, titolo di un album che non può non suonare emotivo. In realtà già dalla copertina di Midwest, per chi un po’ mastica di rumore emo, si intravedono majorette figlie dei college Usa dove tutto nacque, prima della venuta nel vecchio continente di suoni stanchi del machismo hc e dell’eccessivo mosh pit sotto al palco. Oggi ne abbiamo testimonianza anche in Italia, dove Give Vent da Modena fa parte di un club di musicisti che annovera il talentuoso One Glass Eye e l’imperdibile Urali, con cui divide palco e attitudine.

E l’attitudine si vede bene sin da December, incrocio di chitarre acustiche e voce che mi ricorda i pinguini dei Millencolin, con le necessarie lyrics in inglese e il controcoro che scioglie i pupazzi di neve di questi freddi giorni. Poi arriva la cover degli Appleseed Cast che movimenta il suono ma lascia intatta la fragilità rock con accordi bassi di elettricità e cori di guarnizione. È Woodland Hunter pt.1, con la sua tagliente verve, per ripetere indieme cold is home but i am Winter. Non potevano mancare gli eroi The get up kids, a cui Give Vent rende omaggio con i punti interrogativi di holiday, canzone attraversata da memorie acustiche con

schitarrate e passione vocale.

L’ultima cover è per l’enormità degli At the drive in di Hourglass, cantata in modo malinconico e trascinante, con un impersonificazione che non lascia scampo, come i battiti finali che rallentano fino a spegnersi sul finire del brano.

La titletrack chiude l’Ep e concede una coda da one man band che costruisce accordi di sottofondo sentimentale, con dialogo di coppia incorporato di sottofondo.

È Give Vent, altro paladino coriaceo dell’emo(folk)core.

Testo a cura di Andrea Aless

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