Manic Street Preachers – la recensione di The Ultra Vivid Lament

Manic Street Preachers – la recensione di The Ultra Vivid Lament

Manic Street Preachers

The Ultra Vivid Lament

(10 Settembre 2021 – Columbia Records)

Di Martina Vetrugno

I Manic Street Preachers sono tra i gruppi britannici che possono vantare una delle fanbase più solide e devote, e il perché non stupisce: il terzetto gallese composto da James Dean Bradfield, Nicky Wire e Sean Moore, giunto al suo quattordicesimo album in studio The Ultra Vivid Lament, ha ancora molto da dire. Sono cambiati i toni con cui i Manics si rivolgono al pubblico, l’impostazione fortemente politica degli esordi e l’atteggiamento irriverente sono gradualmente sfumati nel tempo e hanno ceduto il posto alla disillusione, alla nostalgia e all’amarezza. L’isolamento e la pandemia hanno giocato un ruolo fondamentale nella stesura delle liriche, mentre dal punto di vista delle sonorità, le influenze pop-rock abbracciano tre decenni a partire da quelle seventies dagli ABBA, passando per i Roxy Music post-Eno, i Talk Talk, gli Echo & the Bunnymen, i R.E.M. di “Fables of the Reconstruction” (1985), fino alla perduta gemma britpop “A Walk In The Park” (1998), unica opera dei Lodger.

Al pensiero dedicato allo scomparso e mai dimenticato Richey Edwards, contenuto nel ricordo e negli echi dell’apertura Still Snowing in Sapporo, segue la critica sociale (e decisamente “social”) nei confronti della distopia digitale raccontata in Orwellian, la quale attraverso i riferimenti colti sempre cari alla band prende di mira la censura eccessiva e la volontà di nascondere e cancellare avvenimenti del passato, utilizzando come metafora i roghi di libri. Suonano senz’altro come un ottimo omaggio agli ABBA il piano e i guitar riff di The Secret He Had Missed, dove Bradfield duetta con Julia Cumming, a cui fanno seguito i tentativi di recuperare il contatto con il mondo esterno e i suoi colori raccontati in Quest for Ancient Colour e Don’t Let the Night Divide Us, la paralisi forzata e i riverberi leggeri di Diapause, una delle tracce di punta dell’album, divisa tra le atmosfere di Roxy Music ed Echo & The Bunnymen, gli archi sintetici e trionfali di Complicated Illusions, e il silenzio e l’amore spirituale immersi nei ritmi placidi di Into the Waves of Love, completata da un inatteso intervento gospel nel finale.

Una stanza in penombra e la pagina di un diario lasciata in bianco raccontano il senso di vuoto e di alienazione dell’anno e mezzo appena trascorso nell’interessante Blank Diary Entry, che vede la collaborazione di Mark Lanegan e precede i riff di chitarra e il piano nuovamente “ABBA-friendly” della riflessiva Happy Bored Alone, mentre i cori di Afterending chiudono il disco con una nota aspra, rivolgendo lo sguardo in direzione del futuro imminente.

Intimistico e sensibile, ma non privo di critiche velate, The Ultra Vivid Lament dipinge musicalmente molto bene il periodo storico che stiamo vivendo e alcuni dei sentimenti che ne derivano e albergano segretamente in ognuno di noi, riuscendo a fare breccia nell’ascoltatore, pur non consegnandogli delle hit perfette e memorabili come quelle dei capolavori che furono “Everything Must Go” (1996) e “This Is My Truth Tell Me Yours” (1998).

Tracklist:

01 Still Snowing in Sapporo
02 Orwellian
03 The Secret He Had Missed (feat. Julia Cumming)
04 Quest for Ancient Colour
05 Don’t Let the Night Divide Us
06 Diapause
07 Complicated Illusions

08 Into the Waves of Love

09 Blank Diary Entry (feat. Mark Lanegan)

10 Happy Bored Alone

11 Afterending

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