Les Ballets Trockadero de Montecarlo: una grazia tutta al maschile

Les Ballets Trockadero de Montecarlo: una grazia tutta al maschile

Fondati nel 1974 da un gruppo di appassionati di danza che si divertivano a mettere in scena in modo scherzoso il balletto classico tradizionale presentandolo in parodia e en travesti, Les Ballets Trockadero de Montecarlo presentano i loro primi spettacoli Off-Off-Broadway a tarda sera. Ben presto, i Trocks, come vengono affettuosamente chiamati, si sono guadagnati un’ottima recensione di Arlene Croce sul New Yorker; questa, insieme alle successive entusiastiche critiche sul New York Times e sul The Village Voice, permise loro di conquistare il consenso del pubblico e della critica.

Dopo oltre 40 anni la loro agenda degli spettacoli è piena, costringendoli a girare il mondo in lungo e in largo. Proprio in queste settimane sono in Italia per una serie di performance che li porterà a Pavia (19 ottobre), Alessandria (21), Novara (22 e 23), Carpi (25), Cattolica (27) e Como (29). Poi ripartiranno alla volta del Portogallo e quindi proseguiranno per un finale di anno tutto newyorkese.

Forse non tutti sanno che nel cast del Trocks ci sono anche alcuni performers italiani. Dallo storico Raffaele Morra di Fossano (Cn) che oggi è anche il ballet master, ai baresi Paolo Cervellera e Giovanni Goffredo, fino al vicentino Alberto Pretto che abbiamo avuto l’onore di intervistare.

Sul palco Alberto diventa Nina Immobilaschvili, ballerina russa con chiare origini georgiane. La sua finta biografia è un vero spasso:

“Per molti piĂą anni di quanto lei ammetta, è stata il Grande Terrore del mondo del Balletto internazionale. L’onniscente e onnipresente Immobilashvili è famosa per la sua vasta lista di dossier su ogni grande personalitĂ  della danza, viva e/o morta. Questa fantastica collezione le ha assicurato l’entrĂ©e nei circoli coreografici piĂą snob; i ruoli che è stata in grado di interpretare sono troppi da poterli nominare tutti. Siamo onorati di presentare questa grande dama nel suo spettacolare ritorno sui palcoscenici”.

Fatte le doverose presentazioni, ecco cosa Nina (Alberto) ci ha raccontato.

Com’è nata la compagnia del Trockadero?

«La compagnia è nata nel 1974 da un gruppo di appassionati della danza che si trovavano ed organizzavano spettacoli “off off Brodway”. Le loro esibizioni, che si svolgevano in locali notturni, raccolsero immediatamente vasti consensi, sebbene i ballerini non fossero artisti professionisti. Da quel momento iniziarono a crescere, nella compagnia entrarono danzatori esperti e poco per volta anche i teatri iniziarono ad ospitare alcune date. Con il passare del tempo la connotazione del gruppo divenne sempre più professionale e chi si doveva sostenere provini e dimostrare di avere un’ottima preparazione classica».

Si tratta di un’evoluzione costante, durata 40 anni?

«Diciamo che la crescita è stata graduale, anche se è a partire dagli anni ’80 che la compagnia si è dotata di insegnanti che preparavano gli spettacoli in modo accademico».

Da quanti elementi è composta la vostra compagnia?

«Siamo 16 ballerini e 6 addetti alla produzione, tra i quali il direttore artistico Tory Dobrin, il ballet master Raffaele Morra, la stage manager Isabel Martinez, più tre assistenti per la regia, costumi e luci».

Con il passare del tempo come è cambiato il vostro pubblico?

«Diciamo che negli anni il pubblico è cambiato notevolmente. All’inizio era legato alla scena notturna e ai locali gay. Con il passaggio ai teatri si sono aggiunti gli appassionati di danza, le famiglie con i bambini. Sebbene tutti gli artisti siano gay, non è certo la connotazione omosessuale il messaggio che viene lanciato. Il nostro è uno spettacolo per tutti, dove ci si diverte ammirando ballerini travestiti».

Avete avuto problemi di censura nel corso delle vostre tournee?

«Non abbiamo avuto questo genere di problemi, anche se in alcuni paesi abbiamo dovuto tenere un profilo più accorto, soprattutto al di fuori della scena. Diciamo che ci sono teatri che avrebbero voluto ospitarci, ma per problemi politici del loro paese, per ora hanno soprasseduto».

Parliamo dello spettacolo che cambia scene in continuazione, pur mantenendo fissa l’overture, dedicata al celeberrimo Lago dei Cigni. Chi decide le variazioni della scaletta?

«La decisione spetta al signor Dobrin. In linea di massima tentiamo di modificare la scaletta nei teatri dove ci siamo già esibiti. Di sicuro il Lago dei Cigni è il nostro capolavoro preferito ed è un punto fermo del nostro spettacolo. Considerato l’apprezzamento ricevuto dal pubblico, siamo molto contenti di poterlo proporre ogni volta».

Il Lago dei cigni ha connotati comici che ricordano l’esibizione di Barbra Streisand in Funny Girl. Per caso avete preso spunto?

«Ci sono affinità nell’approccio comico delle scene. Ma direi che sono due cose completamente diverse. Il Lago dei Cigni è forse il brano di balletto più conosciuto al mondo e come tale si presta a varie interpretazioni».

E la proposta di Matthew Bourne?

«Il pezzo di Matthew è diventato un affascinante classico. Anche in questo caso il ballerino si innamora di un cigno che è un maschio. Nella sua interpretazione lui offre al pubblico un amore omosessuale nascosto. In questo caso l’unica affinità sta nel fatto che anche nel nostro brano ballano solo delle drag».

Sul sito vi definite ancora appassionati di danza e non artisti professionisti. Non è limitante questa scelta?

«La compagnia si è sempre ispirata ad un look vintage e questa scelta di mantenere la dicitura di appassionati è dettata dal desiderio di non tagliare i legami con le nostre origini. Certo che oggi le cose sono cambiate. Tutti i ballerini hanno fatto un percorso accademico classico, ma ci piace rifarci alla danza russa, con un sapore retrò».

Quindi anche la scelta di darvi questi nomi sovietici va in questo senso?

«Assolutamente. Negli anni ’70, se un ballerino straniero non proveniva dall’Unione Sovietica non era nessuno e non veniva preso in considerazione. Così era diffusa l’usanza di darsi nomi d’arte stranieri. La stessa cosa avviene nella nostra compagnia. Quando arriva un nuovo danzatore immediatamente riceve una nuova identità. Io per esempio mi chiamo Nina Immobilashvili o Stanislas Kokitch, quando entro in scena come ballerino maschio. Contemporaneamente viene inventata anche la sua biografia artistica».

Tu Alberto come ti sei avvicinato al Trocks e come sei stato arruolato?

«Io ho studiato all’accademia di danza Principessa Grace di Montecarlo, che a quei tempi era diretta da Marika Besobrasova. Ottenuto il diploma ho iniziato a lavorare con varie compagnie, tra le quali l’English National Ballet e lo Stadttheater Koblenz. Purtroppo ho sempre avuto la sensazione di essere uno dei tanti. Quando lavori nel balletto classico, non hai molte possibilità di diventare primo ballerino, a meno che tu non abbia una struttura fisica e una bravura sopra la media. Così mi sono ritrovato ad essere un partner di fila, ruolo con cui non mi sentivo valorizzato e nemmeno stimolato, visto che eravamo costretti a passi ripetitivi. Colto dal desiderio di danzare e soprattutto di indossare le scarpe a punta, vero tabù per i maschi, ho provato in maniera assolutamente privata ad eseguire figure al femminile. Soddisfatto dell’esperimento  ho deciso di propormi al Trockadero. Mi sono presentato a Piacenza, ho atteso che arrivasse il pullman della compagnia e mi sono fatto avanti. Ho fatto un’audizione, ottenendo il gradimento del direttore. Purtroppo non c’era posto e ho dovuto aspettare la chiamata, che è arrivata qualche mese dopo».

E poi?

«Sono andato per 15 giorni a New York, dove ho sostenuto prove estenuanti. Si trattava di una sorta di test per verificare se ero in grado di reggere i ritmi intensi a cui erano obbligati i ballerini. Superato questo ostacolo sono entrato in pianta stabile tra i performers».

Qual è l’impegno giornaliero per un ballerino del Trockadero?

«La nostra giornata inizia verso le 14, quando andiamo in teatro. Da quel momento abbiamo un’ora di riscaldamento. Verso le 15 inizia la lezione, che dura un’ora e mezza. Al termine facciamo circa 3 ore di prove e per finire, se quella sera è in programma lo spettacolo abbiamo ancora un’ora di trucco e parrucco. In poche parole abbiamo almeno 6 ore di preparazione, ancor prima di iniziare lo spettacolo».

La compagnia è un gruppo di amici anche al di fuori dello stage?

«Questo tipo di vita crea dei legami molto forti, quindi molto spesso usciamo e ci frequentiamo anche al di fuori degli impegni professionali».

Ti manca la famiglia?

«Diciamo che è stato molto difficile all’inizio. Tagliare questo legame familiare per andare in giro del mondo era molto doloroso. Dopo tanto tempo questo shock è stato superato. Mi fa sempre immenso piacere ritornare in Italia e riabbracciare i miei cari, ma almeno il momento degli addii strappalacrime è stato sostituito da un caloroso arrivederci».

Ringraziamo Alberto Pretto, la compagnia Les Ballets Trockadero de Montecarlo, l’Ater – Associazione Teatrale Emilia Romagna e l’ufficio stampa del Teatro di Alessandria, Gruppo Anteprima, per averci dato la possibilitĂ  di realizzare questa intervista.

Testo e foto di Vincenzo Nicolello

 

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