Dopo i Sikitikis, ecco i Siki. Leggi la nostra intervista e scopri il nuovo percorso della band sarda.

Dopo i Sikitikis, ecco i Siki. Leggi la nostra intervista e scopri il nuovo percorso della band sarda.

Dai Sikitikis ai Siki. Il passaggio è una nuova vita musicale.

Torna dalla Sardegna, per solcare nuove acque sonore, uno dei gruppi che aveva segnato il passo della scena indipendente italiana degli anni zero. Con nuova passione e ritmi convincenti.

Dopo il primo singolo “Avevi ragione anche tu” dell’aprile 2018, ecco la nuova canzone “Non vince nessuno”, preludio all’album che vedrà la luce nel novembre 2018 per Bianca Dischi, dal titolo semplice ma deciso, Siki (forse).

Ritmi nuovi di zecca, nuove capacità musicali, un jungle melodico e una verve che si snoda tra la sagacia hip hop e la freschezza di un orgoglio sardo che “lancia di nuovo la sfida”.

Ne abbiamo parlato con Alessandro Spedicati, leader del gruppo oltreché uomo di musica di lunga data, tra produzioni e collaborazioni. Ecco la nostra intervista.

– Dai Sikitikis ai Siki, una semplificazione nel nome dovuta alla scarsa attenzione delle nuove generazioni, oppure un cambio radicale, e non solo nel suono?

Alessandro: In realtà il cambiamento è dovuto alla nostra scarsa capacità di attenzione. Avevamo da tempo la volontà di cambiare rotta, e con la variazione di  assetto della nostra band abbiamo capito che era ora di dare una scolta. Possiamo vedere i Siki come una sorta si spin-off dei Sikitikis, non più una band intera che vive e lavora in maniera convenzionale, ma una somma di esperienze discografiche che abbiamo deciso di chiamarlo Siki per immediatezza. Meno teste dentro e pià immediatezza quindi.

Mi ricordo dei Sikitikis e delle loro bandire dei quattro mori. Partendo dal presupposto che la politica, per quanto la si scalci, rientra sempre nel contesto musicale, come si pongono i Siki dinanzi a questo momento di confusione generale.

Alessandro: Parlo in senso personale e ti dico che il momento attuale italiano è legato ad una crisi internazionale e non solo interna. Bisogna ripartire dalla cura dl territorio e dalla cura dell’amministrazione dei territori, perché la tendenza mondiale è nefasta. Bisogna ripartire da una nuova economia e mi piace pensare che la Sardegna possa essere un laboratorio per tutta Italia e non solo. L’Italia, dopotutto non può investire sull’isola sarda, a causa di  problemi di isolamento e non solo. Per questo l’idea del laboratorio evolutivo è accattivante. Bisogna inoltre rivedere il nostro atteggiamento verso l’inclusione, perché l’uomo ha bisogno di spostarsi ed emigrare. Che ci piaccia o no è così

L’influsso di Samuele Dessì ha cambiato molte cose. Via alle contaminazioni e  ad una nuova forma musicale multicolore. Sbaglio?

Alessandro: Diciamo che l’ingresso di Dessì ha mutato non solo le basi musicali ma anche il nostro metodo di lavoro, perché lui è un produttore vero, reale, oltre che musicista straordinario. Quando lui è arrivato, abbiamo intrapreso una nuova strada, dedicandoci a ripescare nel nostro immaginario musicale nuovi suoni, anche grazie alle nuove tecnologie. Le piattaforme musicali e i nostri incontri ci hanno permesso di riscoprire il nostro background sepolto sotto le ceneri, tra funk, vecchia scuola alla Casino Royale, e soprattutto afro-beat e musica nera, la vera anima del suono moderno.

– Una domanda sul nuovo album che vedrà la luce in autunno. Dopo “Abbiamo Perso”, il nuovo lavoro sarà una rivincita?

Alessandro: Forse si, ma anche scelta di immaturità. Abbiamo Perso è stato un album che abbiamo realizzato come un concept sulla sindrome di on crescere, una sindrome di abbandono a delle sovrastrutture che ci circondano. Ora mi interessava ribadire il diritto di non crescere, non un’inno all’immaturità, ma un diritto vero e proprio.

– E allora parlaci del singolo “Avevi ragione anche tu”, pezzo che ci ha colpito sin da subito e che si lega a quanto detto sopra. C’è una storia personale dietro la sua composizione?

Alessandro: Naturalmente. Dietro il singolo c’è lo scontro tra la crescita de la voglia di rimanere giovani. Non una voglia di essere ragazzino per fare le cose dei ventenni, come uscire e drogarsi, ma un inguaribile voglia di essere ottimisti anche sulla soglia dei quarant’anni. Tante volte mi hanno detto che non crescerò più, ma sono felice per questo se vuol dire continuare a sognare ed essere positivi.

Grazie ad Alessando Spedicati per la felice chiacchierata e a Ja La media activities.

 

 

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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