Ritratto di famiglia psichedelico, intervista ai Palmer Generator

Ritratto di famiglia psichedelico, intervista ai Palmer Generator

Dopo l’aver ascoltato “Natura”, recensito da noi la scorsa settimana, ecco quattro domande al terzetto psichedelico di Jesi. Padre, zio e figlio, dilatazioni e ritmi che si rincorrono in poche e sontuose tracce

Una famiglia controcorrente. Sono curioso, come nascono i Palmer Generator?

Palmer Generator: Questa è una storia che ci chiedono spesso nei nostri pellegrinaggi live, quando capita che le persone fissandoci notino una strana somiglianza scoprendo poi il nostro essere parenti. La storia in realtà è molto semplice: io (Tommaso) e mio fratello Michele suonavamo in un’altra band, i Virgin Iris (parliamo del 2010). Mattia (il figlio di Michele), che ci seguiva spesso nei concerti nonché alle prove e in diversi momenti di vita della band, aveva appena quattordici anni e da poco si era buttato sulla batteria. Inizialmente tutto partì per gioco, io avevo una piccola saletta sotto casa e nei momenti liberi quando ci trovavamo insieme si scendeva a suonare. Nel 2013 succede poi che l’altra band si scioglie. Mattia era cresciuto, aveva cominciato a sviluppare un approccio personale ed buon feeling con lo strumento. Ci mettemmo dunque poco a trasformare quello che era un side-project giocoso nel nostro progetto fondamentale e la band, inizialmente formatasi nel 2010, nel 2013 prende il suo vero e proprio avvio con la realizzazione poi nel 2014 del nostro primo album ufficiale: Shapes. Da quel momento non ci siamo poi più fermati. Suonare “in famiglia” è davvero un’esperienza unica ed è stato probabilmente uno dei principali fattori che ci ha sempre permesso una immersione totale e quotidiana in quello che è il nostro approccio alla musica, nonché la possibilità di metterci continuamente in discussione tra di noi, non lasciando mai nulla per scontato … se serve anche con qualche vaffanculo ogni tanto.

Dilatazioni e post rock, per una musica che sgorga dal profondo dei tre strumenti. Come avviene la composizione dei brani?

Palmer generator: Nel tempo abbiamo sviluppato un modo alquanto particolare di comporre. Mentre si tende spesso a partire da uno o più riff o cmq da un Groove di base sul quale poi si elabora il brano noi tendiamo ad avere un approccio al singolo pezzo, e spesso anche all’intero album, più “globale”.

Il metodo di composizione è collettivo (anche se poi ognuno tende ogni volta a ritagliarsi un ruolo più o meno specifico): nessuno di noi, a parte pochi e piccoli casi, lavora per conto proprio giungendo alle prove con qualcosa di costruito su cui poi si lavora, ma si elabora sempre il tutto in totale collaborazione.
La composizione di solito si svolge pressappoco nel modo seguente, anche se poi ogni caso ha infinite sfumature e non ci diamo mai degli schemi rigidi, diciamo più che altro che “è cosi che succede”:

Inizialmente tendiamo a stendere un canovaccio complessivo che abbraccia tutto il singolo brano o alle volte anche l’intero disco (nel caso di Natura si è trattato dell’intero album). Poi dentro quella cornice generica, in cui risulta però già ben abbozzata quella che sarà poi l’atmosfera finale, cominciamo a lavorare sulle singole parti andando a sistemare riff e passaggi. Fatto questo controlliamo che il mood generico del tutto non sia perso e per finire si pensa ai singoli micro-dettagli. Un lavoro insomma abbastanza lungo che passa più volte dal Macro al Micro-Scopico fino a raggiungere la forma finale. Anche se in realtà il tutto si svolge in maniera molto meno schematica di come può apparire, è un procedimento che accade in maniera molto improvvisata e libera dove cerchiamo sempre di lasciare che anche il caso giochi il suo ruolo come fattore. Non c’è mai stato, come accennavo, un momento in cui abbiamo “deciso” come comporre. Riassumendo potremmo dire che centrali non sono i riff, i ritornelli ecc. (spesso infatti del tutto assenti dai nostri dischi) ma l’atmosfera generale, il magma complessivo.

L’idea di rifarsi al mondo psichedelico e ai suoi effetti ha un peso specifico nella vostra musicale attuale?

Palmer Generator: La Psichedelia è l’universo che ci accomuna e che ci ha sempre tenuto incollati insieme. Nel corso del tempo ci siamo di gusto lasciati contaminare da una miriade di approcci, dalla carica live stile hardcore alle dinamiche post-rock fino ai muri di suono stile shoegaze e sicuramente continueremo ancora, ma penso che se tra vent’anni ce ne staremo ancora qui a suonare potremmo aver cambiato approccio e stile ma la matrice psichedelica non scomparirà mai. L’esperienza psichedelica in generale è poi per noi molto ricercata (in particolar modo per me e Mattia) ed io stesso mi rendo conto di approcciarmi spesso, se non sempre, all’ascolto in chiave psych, anche quando non sto ascoltando prettamente musica su quello stile. Lo “stato alterato”, l’andare a modificare le percezioni, è poi condizione spesso ricercata sia nella produzione che nella fruizione dei brani e sicuramente parte integrante di un intero universo musicale e la musica stessa tende poi a contribuire a tale alterazione, anche qui sia in fase di fruizione che di produzione, dove le vibrazioni i suoni e le ripetizioni creano quel fluido elettrico che investe corpo e mente trasportandoci.

Rispetto al passato, mi sembra ci sia stato un cambio di rotta in chiave meno rumorosa. Sbaglio?

Palmer Generator: Più che in chiave meno rumorosa direi in chiave meno “volumica”. In quanto a rumori nel nuovo album ci siamo molto sfogati per quel che riguarda l’utilizzo di droni, dissonanze e spunti noise, quello che è cambiato più che altro è quello che potremmo chiamare il “grado di ignoranza”, cosa che penso si percepisca molto in sede live.

Mentre Discipline era un disco più “pestato” e che mostrava una psichedelia più aggressiva, fatta di stacchi e riattacchi, batterie tribali, giochi di ritmica e bordate di suoni tirati in faccia, Natura è suonato in maniera un po’ più morbida e risulta più smussato rispetto al precedente, concedendo all’ascoltatore ancor meno punti di riferimento stabili, forse nessuno. Lo scopo è gettare chi si immerge nell’album in un immenso mare cosmico senza appigli con l’unica soluzione di lasciarsi andare, lasciarsi trasportare. Il risultato, almeno dal nostro punto di vista, è stato l’avvicinarsi ancor più a dinamiche che richiamano in un certo qualcosa il mondo del Kraut-Rock e della Kosmische Musik tedesca, senza abbandonare la chiave Post-Rock di matrice louisvilliana già presente in Discipline.

Un nostro caro amico, nonché gran conoscitore musicale, ci disse poco fa: “ è come se aveste preso le idee di Discipline e le aveste sparate nello spazio”, una descrizione che mi piace molto.

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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