In attesa del suo nuovo album, Rigel Playground, leggi l’intervista ad Herself

Herself è una delle creature del polistrumentista palermitano Gioele Valenti, molto attivo negli ultimi anni nella scena neopsichedelica nordeuropea in diverse formazioni (JuJu, Josefin Ohrn, Lay Llama. Con un pugno di dischi alle spalle, il songwriting di Gioele Valenti sa di folk apocalittico a bassa fedeltà, derive crooner e pop adamantino, e sebbene affondi le sue radici nella tradizione della forma canzone, la sua musica osa spesso nel territorio di una sperimentazione sottile ed equilibrata. Il nuovo  album “Rigel Playground” uscirà per per Urtovox rec il prossimo 19 ottobre e predispone l’ascoltatore per un viaggio di folk cosmico, in cui ospite illustre in questo disco c’è Jonathan Donahue, singer degli americani Mercury Rev, band di assoluto rilievo nell’indie internazionale, che oltre ad aver prestato la voce sul singolo The Beast of Love, ha – a detta dello stesso Herself – informato l’essenza dell’intero disco.

Non a caso, i Mercury Rev hanno scelto Herself per accompagnarli durante il loro tour italiano che avrà luogo in settembre:

-12 Sett Milano, Italy – Serraglio
https://www.facebook.com/events/128327104594240/
13 Sett Savignano Sul Rubicone – Teatro Moderno
https://www.facebook.com/events/370858296731297/
-14 Sett Roma, Italy – Chiesa Valdese
https://www.facebook.com/events/191785178271517/
-15 Sett Padova, Italy – Anfiteatro del Venda
https://www.facebook.com/events/435346896890751

In attesa dell’album, abbiamo intervistato Herself, che ci ha svelato qualcosa sul suo nuovo lavoro e sulla sua personalità aristica:

1 Partiamo subito dal titolo del tuo ultimo singolo, “The Beast of Love”. Insomma, l’amore è una bestia o è l’amore che ci difende dall’imbestialirci? 

Herself: Il concetto ha una sua ambivalenza di base. Da un certo punto di vista – dalla prospettiva, mettiamo, di un occhio leggermente iniettato di sangue – l’amore è una malattia, ha una sua eziologia. Un processo, uno svolgimento, non un fine. Semmai un mezzo, che contempera tutta la serie completa del dramma umano. L’amore è dunque un costrutto sociale, non esiste in natura. Ma come tutte le illusioni umane ha un potenziale infinito. Smuove le montagne e azzera ogni buon proposito . In ultima analisi, è un organismo vivente che vuole vivere, proprio come un cucciolo. Se ci salvi o meno dall’imbarbarimento, su questo non ne sarei sicuro. La società è fatta di famiglie. Le famiglie si amano? Il mondo va bene? La gente vive bene? L’unica risposta possibile è individuale, così come l’unica vera famiglia è la famiglia felice.

2 Che riflesso ha l’amore, inteso come sentimento supremo, nelle canzoni di un polistrumentista dal cuore folk e dalle liriche che emozionano?

Herself: Difficile rispondere, perché in genere nelle mie canzoni parlo poco di me, né trovo di buon gusto smuovere gli universali. Posso però azzardare…  Se per amore intendiamo attaccamento, che è uno dei mali supremi, tutta l’apologetica dell’amore, cortese o carnale che sia, allora l’unico dovere dell’individuo (cioè di colui che è indivisibile) è quello di affrancarsene, di trascenderlo. Un’operazione alchemica molto sottile e di difficile comprensione. L’amore che incatena potrebbe aver il significato karmico dell’abbandono, come di rovesciamento ontologico. Agendo quel dolore, la pena del distacco e della disidentificazione, forse ci si potrebbe schiudere la via della liberazione: e dunque l’amore avrebbe raggiunto se non l’Obiettivo, almeno un obiettivo. Il fatto è che risulta arduo darsi una risposta se la domanda non sappiamo porcela . Credo abbia a che fare più con i chiaroscuri che con le pietre angolari.

3 Domanda di rito: come è nata la collaborazione con Jonathan Donahue?

Herself: I Mercury Rev li ascolto dal loro primo disco, sono un grande fan della band. Da anni bazzico il mondo musicale fuori dall’Italia, ho conosciuto un sacco di gente. Ho fatto ascoltare a Jonathan due miei brani. Uno gli è piaciuto abbastanza. L’altro gli è piaciuto moltissimo. Ed è nata, così, spontaneamente. Non ci sono particolari retroscena né gustosi aneddoti rock’n’roll.

4 Che cosa ci dobbiamo aspettare dall’album di prossima uscita, quel “Rigel Playground” che aspettiamo da tempo dopo tante apparizioni con band e non solo?

Herself: Rigel Playground è il sesto album di Herself. Ho iniziato in casa Jestrai (label dei Verdena) tanti anni fa. Faccio da sempre la stessa musica, più o meno. Sono una persona malinconica e nostalgica, non sono molto radicato, e la mia musica riflette queste vibrazioni. Ma uno dei misteri che mi assillano, è che fatalmente piace alla gente tendenzialmente allegrotta. Delle due l’una. O c’è qualcosa di tremendamente malinconico in ognuno di noi, oppure la mia musica è in realtà piena di luce, e io, che sto spesso in un cono d’ombra, non posso accorgermene. Meglio non aspettarsi niente da nessuno, in generale. Mi andrebbe già bene che gli ascoltatori tenessero orecchie e cuore aperti.

5 Ma, dietro le quinte e la musica, chi è Gioele Valenti? E che cosa cerca nelle sue composizioni?

Herself: Non saprei. Lo cerco anchi’io. Anzi, se qualcuno ne avesse notizia, è pregato di contattare la redazione! Il mio sé ne sarebbe sconvolto, ma il mio ego, oh, quello c’andrebbe a nozze.

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

 



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