Una consegna non richiesta, intervista ai Dirty Trainload

Una consegna non richiesta, intervista ai Dirty Trainload

Dirty Trainload è animo puro, dritto contro il muro dei pregiudizi con in testa la sacra dignità del rock and roll e in corpo la voglia di farsi chilometri. Dopo avervi parlato del loro ultimo album, ecco l’intervista ai due principali attori del gruppo, Bob e Livia.

Buona lettura, dunque, in compagnia delle loro storie e delle loro lucide intepretazioni del conceetto di musica.

D’altronde, It’s all about blues and anarchy!

 Avete la passione e la determinazione di chi sta da molto tempo sulle scene. Parlatemi un po’ dello spirito dei Dirty Trainload

 BOB: Ha! Ha! Pensavo che passione e determinazione fossero prerogative dei giovani esordienti! Probabilmente lo “spirito di Dirty Trainload” ha a che fare con l’attitudine rock’n’roll, la predisposizione di animo che aiuta a mantenere l’entusiasmo e a credere in quello che si fa e a portarlo avanti con freschezza, purezza e integrità intellettuale. In questo senso non è casuale il riferimento all’immagine del treno: un convoglio ferroviario che marcia a pieno regime sui binari, inarrestabile e non curante dei potenziali ostacoli. Noi abbiamo scelto di operare nel profondo underground e le gratificazioni non sono molte; ma noi viviamo di questo, non abbiamo timore di trascinarci dietro quintali di backline per ottenere il sound che cerchiamo, non ci preoccupa macinare chilometri per andare a fare qualche concerto dall’altra parte del mondo e possiamo restare rinchiusi in una sala di registrazione per giorni interi perché amiamo quello che facciamo e lo portiamo avanti come una missione, anche se nessuno dovesse essere interessato nel nostro lavoro. E’ per questo che il nostro headline recita “An Unsolicited Delivery” ovvero “una consegna non richiesta da nessuno”.

Un blues elettronico che esce dalle convenzioni, ma anche un attitudine punk- rock pronta a parlare di crisi sociale e di cani poliziotto. Qual’è la rotta musicale e politica della vostra band?

LIVIA: La rotta musicale fa sempre affidamento sul true north del crudo blues del Delta, ma ci sentiamo liberi di spaziare nelle direzioni ed esplorazioni che spontaneamente si materializzano quando collaboriamo. Da una cover di Vera Hall ad un pezzo originale dagli accenti più rock o più punk o difficili da definire: c’è un piacere scalmanato per esplorare quello che prende forma in modo istintivo e naturale.

La rotta politica ha sempre avuto un fermento rivoluzionario.

È spontanea la denuncia di ciò che vediamo e capiamo. È spontanea l’espressività  aggressiva per ciò di cui siamo testimoni.

La chiave di lettura di tutti i crimini dei governi a modello capitalista, ci arriva dai media come un noioso romanzo a puntate, costellato di guerre “necessarie”, rifugiati scomodi, immigrati indesiderati, di nuove speranze per l’ennesimo corrotto che ha vinto la gara al trono. “Revolution and Crime” menziona diversi temi che ci addolorano e ci indignano: i soprusi, gli eccidi, l’industria delle galere e della guerra, le leggi al servizio delle lobbies, l’avvelenamento della terra, dei mari e della nostra atmosfera.

BOB: Definiamo la musica che suoniamo “Dissident Blues”. Da un lato il “Dissident” è riferito al rifiuto di cliché musicali pre-digeriti, logori e inespressivi e dall’altro all’appartenenza ad un ambito culturale e politico lontano dal mainstream e dai modelli delle major. Come spesso diciamo: “It’s all about blues and anarchy!”

Un testo toccante e un tema attuale, mi parlereste un po’ del brano Samir’s letter?

LIVIA: Per quel brano avevo appena scritto un testo completamente diverso, sul tema dei rifugiati e delle loro tragiche fughe. Un giorno della scorsa estate Bob mi disse di una lettera di un ragazzo Egiziano, tradotta su tutti i giornali e mi suggerì di leggerla. Samir aveva fra i 20 e i 25 anni, veniva dal Egitto ed era partito dalla Libia, come tanti, su uno di quelle imbarcazioni disgraziate, piene di anime speranzose e disperate; rotta verso l’Italia. Aveva scritto una lettera alla sua fidanzata, conservata gelosamente in una busta di plastica legata al petto, nella speranza di poterla spedire. Hanno rinvenuto il suo corpo sulle spiagge del sud della Sicilia con questa lettera addosso. Ho provato a tradurre le parole di Samir in Inglese. Senza sforzo e senza cambiare assolutamente niente, la sua lettera si sovrapponeva perfettamente alle note e ci apparteneva. Senza esitazione ho sostituito il mio testo con la lettera di Samir, piena di speranza e testimonianza di una morte assurda.

Ci sono dei progetti a breve per il futuro della band? La passione vi porterà anche fuori confine a suonare e distribuire il vostro album?

BOB: Come dici giustamente il motore è la passione! Dirty Trainload è una band “on the road”, amiamo viaggiare per proporre la nostra musica a pubblici diversi, anche in passato abbiamo suonato tanto all’estero. Al momento abbiamo in programma la partecipazione ad un blues festival in Estonia e Finlandia, poi abbiamo appena ricevuto un invito per andare a suonare per la terza volta al Deep Blues Festival, a Clarksdale, trai campi di cotone del Mississippi e stiamo valutando il da farsi. Abbiamo in programma anche un breve “ritiro musicale creativo” in Francia, come gli Stones ai tempi di “Exile on Main Street”, Ha! Ha!

LIVIA: C’è un disegno futuro per un bel tour nella terra in cui vivo, sulla West Coast, dalla California centrale fino su a Seattle. Abbiamo già suonato in alcune venues in passato e abbiamo anche qualcuno che ci aspetta a braccia aperte, lungo tutta la costa! Sicuramente è un progetto su cui lavoreremo, anche se non nell’immediato.

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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