Pazzi ma felici, intervista ai DEAF KAKI CHUMPY

DEAF KAKI CHUMPY , un gruppo di 18 giovani musicisti di Milano che usa la musica per raccontare storie: 4 voci, 6 fiati, 2 batterie, synth e live electronics sono solo alcuni dei colori che questo eclettico organico ha a disposizione.

Il 21 settembre 2018 è uscito il loro  Ep, Stories, che mette in evidenza una creatività immensa e un gusto  musicale variegato che spazia dal funk al latin soul, sino al jazz e alle scorribande elettroniche.

Vista la peculiarità e la forza del collettivo, abbiamo deciso di farci quattro domande.

  1. Ma quanto siete felicemente pazzi a dare vita ad un progetto del genere?

DEAF KAKI CHUMPY: Dici un progetto di 18 persone che fa musica non commerciale inadatto sia al pubblico colto perché troppo pop né al pubblico pop perché troppo colto, che scrive brani originali inadatti allo streaming online, narrativi e pieni di colori diversi? Sì, siamo abbastanza pazzi. Ma felici.

  1. Come si è sviluppata l’idea di una coralità così grande? Insomma, siete in 18 e parecchio affiatati. C’è un’idea di comunitarismo musicale sotto?

DEAF KAKI CHUMPY: C’è il fatto che quando volevamo creare un gruppo abbiamo pensato: “sarebbe bello avere un cantante. Però anche delle parti armonizzate. Quindi almeno quattro cantanti. E poi dei fiati. Ma una sezione dovrebbe averne almeno cinque. Ok. Poi le percussioni non le vuoi? E la chitarra? Facciamo due chitarre. Oh però potremmo prendere un altro tastierista per fare suoni diversi. E un altro batterista per le batterie elettroniche? E il basso ovviamente.” E avanti così. Ingordigia musicale. Siamo molto affiatati perché crediamo che le cose grandi si possano fare tutti insieme. Ognuno è un piccolo ingranaggio nella macchina e ognuno a suo modo è indispensabile, nel senso che dà forma al suono dell’insieme. Dietro ovviamente c’è un’idea della musica che va oltre i soldi e il successo, una musica fatta di comunione e di scambio e sinergia tra i musicisti che diventa sinergia con il pubblico. E’ un’idea, una speranza ovviamente. Ma per ora sta andando bene!

  1. Quali sono le influenze maggiori nel ventaglio delle proposte che mettete sul piatto col vostro ultimo lavoro?

DEAF KAKI CHUMPY: Le influenze sono molteplici. Nel raccontare le nostre storie (il disco nuovo si chiama “Stories”) ci serviamo di tante musiche diverse che ci danno possibilità espressive infinite. Le maggiori influenze tuttavia sono la musica nera degli ultimi 20 anni e un certo groove bianco uscito negli ultimi anni (Hiatus Kaiyote, Snarky Puppy, ecc). Poi ovviamente in mezzo c’è la musica orchestrale, Gabry Ponte, Bach, la sigla di Uomini e Donne, Cosmo, la trap, il jazz “classico”… un sacco di roba.

  1. L’improvvisazione fa parte del vostro modo di essere musicisti?

DEAF KAKI CHUMPY; Tutti noi abbiamo studiato la musica afroamericana e non possiamo prescindere da un certo modo di affrontare la musica che viene dall’improvvisazione inteso anche come scambio diretto tra i musicisti anche sul palco. Capita spesso che ci inventiamo delle cose nuove di live in live, o direttamente sul palco. Certe sezioni di alcuni brani sono totalmente improvvisate sempre. Alcune totalmente scritte. Quindi, per rispondere alla domanda, sì, l’improvvisazione fa assolutamente parte di noi.

  1. Come nasce la composizione delle canzoni?

DEAF KAKI CHUMPY: Di solito partiamo da un concetto o una storia che vogliamo raccontare. Vogliamo creare un’atmosfera da ricreare che poi si sviluppi attraverso il tempo. Così mettiamo giù le prime note che si avvicinino il più possibile all’idea iniziale.

  1. Provate molto in studio? Qualcuno ha la meglio nel dirigere le prove?

DEAF KAKI CHUMPY: In sede di preparazione dei brani nuovi proviamo separatamente con le voci, con i fiati e con la sezione ritmica (basso chitarre tastiere, batterie, percussioni), poi uniamo tutti in sala prove. In genere proviamo tutte le settimane, e chi ha scritto il pezzo capita che si faccia 3 prove a settimana con questo sistema. Ma è l’unico modo che conosciamo che faccia funzionare le cose. Se ci metti che poi ognuno ha la libertà di modificare a piacimento la sua parte e quella altrui, il lavoro diventa molto grosso. Ovviamente chi scrive i brani ha più voce nella direzione delle prove, generalmente Alberto Mancini (piano) e Andrea Daolio (basso elettrico), ma ci piace pensare al gruppo come un gruppo di pari che lavorano tutti insieme alla musica per farne la migliore musica possibile. Ascoltate il disco!

ANDREA ALESSE

recensioni@thefrontrow.it



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