I Hate My Village, suoni buoni dal mondo. La recensione

I Hate My Village, suoni buoni dal mondo. La recensione

I Hate My Village

I Hate My Village

La Tempesta International

 

Sei il tuo suono non ha confini e la tua patria è il mondo, allora sei sulla strada giusta e puoi andare oltre lo steccato. Su tale impostazione, ecco gli I Hate My Village, gruppo strumentalmente fuori dalle logiche della mediocrità e all’avanguardia quanto basta per produrre un unicum sulla scena italiana.

Parliamo dell’omonimo album uscito lo scorso 18 gennaio, voluto da un gruppo  che vede il super duo di partenza Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) arricchirsi della voce di Alberto Ferrari dei Verdena e delle incursioni in cabina di regia del mago Marco Fasolo (Jennifer Gentle).

Ma non perdiamoci dietro alla staticità dei nomi e affrontiamo il loro album con una dose di curiosità che ci porta a scandagliare un suono fresco e senza frontiere, che in nove tracce ci porta in contesti che spaziano dall’afro beat al blues elettrico, con tocchi di soul urbano che si uniscono a percussioni e giuso groove.

Composizioni di musica corposa e mai annoiata, in un saliscendi di ritmi che arrivano liberi da una metropoli africana in cui l’avanguardia regna sovrana, dietro colate laviche di effetti alla chitarra (Fare un fuoco ad esempio) e frullati di reef non convenzionali alla Hit Kunkle (parliamo della traccia Bahum). Ne sarebbe contento la leggenda Emmanuel “Jagari” Chanda, cantante zambiano e unico superstite del leggendario gruppo zamrock degli anni Settanta “WITCH” (guardate il docufilm su di lui WITCH: We Intend To Cause Havoc!”), che ora vede finalmente apprezzata la sua ricerca sonora, fatta sua al di là del Mediterraneo in una chiave non godereccia.

Dimenticatevi quindi la struttura canzone classica e lanciatevi in assoli alla Tom Morello e handlcapping gospel in Tramp, perché la sete di scoperta dei nostri non si ferma dietro a pretese d’identità musicali.

I Hate My Village come un marchio dunque, un punto saldo contro chi contrasta l’armonia dei suoni internazionali e calpesta i diritti, con un arma fai da te che  mette insieme DeerHunter e echi vocali in un brano come Acquaragia.

Buone intenzioni che diventano realtà, e che aspettiamo dal vivo a febbraio e marzo in tutta Italia (guarda qui le date: https://www.dnaconcerti.com/i-hate-my-village/).

 

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it

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