Federico Buffa: dopo la tv, salgo sul palco

Federico Buffa: dopo la tv, salgo sul palco

Federico Buffa è un giornalista sportivo italiano. Oltre alla sua attività di telecronista di basket e commentatore sportivo, Buffa ha condotto alcune trasmissioni antologiche, sempre a tema sportivo, nelle quali ha dimostrato di essere narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni, con stile avvolgente ed evocativo. Da qualche tempo anche il teatro è entrato nel suo repertorio, grazie allo spettacolo Le Olimpiadi del 1936. Noi abbiamo voluto intervistarlo per sapere qualcosa di più di questo progetto.

Federico, com’è nata l’idea di dedicare uno spettacolo a Berlino ‘36?

«E’ balenata quando mi contattarono i due registi dello spettacolo (Emilio Russo e Caterina Spadaro, ndr). Era il periodo dei Mondiali e mi domandarono se avessi voluto realizzare uno progetto di questo genere. Io risposi che quello che mi stavano proponendo era il sogno della mia vita, ma che dubitavo di poterne essere all’altezza. Non mi credettero e mi chiesero quale fosse il mio avvenimento sportivo preferito. Io risposi senza esitazioni le Olimpiadi di Berlino. Da quel momento è nato un testo che è una buona via di mezzo tra la narrativa e una pièce teatrale».

Com’è stato l’approccio al palco?

«Un casino terribile. Tutto quello che sapevo fare, e in particolare la televisione, non c’entrava nulla. Si trattava di prendere la luce giusta e di adattarsi a un qualcosa di molto lontano dal mio modo di pensare. Alla fine, partendo dal presupposto che alla mia età non sarei stato più in grado di diventare attore, ho cercato di dare il meglio di me stesso, per offrire qualcosa di dignitoso. Ora, dopo 150 repliche, posso dire di essere migliorato».

Nello spettacolo c’è qualcosa della trasmissione Sky “Federico Buffa racconta”, che in fondo è un programma con una certa teatralità?

«La teatralità della trasmissione è molto marginale. Tuttavia qualche contatto c’è. Durante lo show propongo monologhi e interpreto un personaggio realmente esistito (Wolgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico, ndr), che morirà suicida subito dopo lo spegnimento del braciere. Ma al contempo, in modo saltuario, divento il commentatore che tutti conoscono. Mi avvicino al pubblico per raccontare quell’evento col senno di oggi. Così spiego cosa è successo a Hitler e Goebbels, ma anche a Owens e Riefensthal, utilizzando un linguaggio moderno e comprensibile».

Nella rilettura della storia di questo evento, c’è un qualcosa che l’ha colpita?

«Io credo che quell’Olimpiade sia di sinistra attualità. Sono convinto che lo sport moderno sia figlio di Berlino ‘36. Tutto ciò che noi vediamo oggi è originato da un seme gettato 80 anni fa. In quell’evento vedo la spettacolarizzazione a tutti i costi, l’utilizzo dello sport per altri fini, il doping di Stato. Ciò che viviamo è stato inventato dai tedeschi, che in quell’anno organizzarono ben due Olimpiadi: quelle invernali e quelle estive. Basta questo per capire l’incredibile livello organizzativo raggiunto allora in Germania, che è diventato il paradigma dei comitati a seguire. Ma ci ho trovato un’attualità particolare, quasi poetica. I tedeschi stavano virando verso il paganesimo, regalando ai vincitori una quercia, simbolo di Odino, vertice del Walhalla. Ebbene, di queste querce ce ne sono tantissime in Italia, perché il nostro Paese si piazzò quarto nel medagliere. Ma tutta l’Europa ne è disseminata, quasi a testimoniare l’immortalità del Terzo Reich».

Ci sarebbe stata un’altra storia che avresti voluto raccontare?

«Sì, quella dell’otto di canottaggio americano. Vi consiglio di andare su YouTube e sentire la radiocronaca tedesca di quella gara, che i tedeschi dovevano vincere e che invece persero a causa di questo gruppo di ragazzi dell’Università di Washington. Parliamo dello stesso Stato dove un giudice ha appena dichiarato incostituzionale il “ban” di Trump. Se andate all’interno dell’università, subito vi porteranno a vedere questa meravigliosa medaglia che gli americani hanno vinto e che per loro ha un’importanza storica».

Parliamo di Federico Buffa. Perché è diventato un giornalista sportivo?

«Perché lo sport è la mia passione».

Una passione che forse è limitata al basket. E il calcio?

«Sono stato abbonato per 20 anni al Milan, insieme con la mia famiglia. Mio padre era genoano e ha dovuto abiurare i grifoni per quieto vivere con mia madre, rossonera incallita. Io non avendo libero arbitrio ho dovuto seguirli allo stadio per un lungo periodo. Quindi il calcio lo conosco e pure bene. Il basket però è lo sport che avrei voluto praticare, che più amo e che di più mi ha regalato sotto tutti i punti di vista».

Quindi è vera anche la sua presunta dichiarazione che il calcio italiano non è il suo contesto?

«Assolutamente. Specie quello attuale. Non mi appassiona e non vedo più una partita intera da parecchio tempo. Il gioco in sé mi piace, e tanto. È ciò che sta intorno che proprio non riesco a digerire».

La sua carriera professionale parla di una collaborazione stret­tissima con Flavio Tranquillo (altra voce del basket nostrano). Che importanza ha a­vu­to nella sua crescita?

«Lavorare con un professionista di tale livello significa imparare tutti i giorni qualcosa di nuovo. Flavio è una persona che può apparire difficile, ma è molto generoso. In vent’anni mi ha regalato tantissimo».

Vi invidiate qualcosa reciprocamente?

«Lui sicuramente no. Io, invece, mi stupisco del suo sistema nervoso che gli permette di fare due o tre cose nello stesso momento. L’ho visto più volte parlare in telecronaca e contemporaneamente consultare le statistiche e navigare su 20 pagine Internet. Più volte gli ho chiesto: “ma come cavolo fai?”. Ma vorrei avere anche la sua grandissima professionalità: non lo troverai mai impreparato. Ciò che si vede in televisione, vi assicuro che è solo una punta dell’iceberg».

Se non avesse fatto il giornalista avrebbe magari fatto l’avvocato che si occupa di cause sportive?

«Temo di sì, ma non lo dico perché non mi piaccia quella professione, per cui mi sono laureato. Diciamo che sono stato fortunato e sono molto contento di ciò che faccio».

Foto e testo di Vincenzo Nicolello

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