Coralità suggestiva, il racconto del live di Apparat all’Alcatraz di Milano

La resistenza berlinese, quella musicale si intende, arriva al suo apice con questo tour del lungimirante ed eclettico Apparat. Tre date in Italia, di cui la terza dinanzi ad un infuocato sold out al tempio dell’Alcatraz.

Tutti a vestirci di nero come tradizione elettronica vuole, e tutti pronti ad ascoltare il maestro, nella sua nuova inclinazione che rimanda la sua liturgia musicale ad un nuovo Apparat-pensiero. Via la techno, ma questo si sapeva, e dentro un gioco di luci led ed interpretazioni sonore di enorme capacità.

Scordatevi il Sascha Ring dei Moderat e del clamoroso live del 2017 al Magnolia, ma scordatevi anche il vecchio dj set messo in piedi dallo stesso artista in varie tappe italiane. Qui si fa sul serio, con un Apparat che diviene sul palco molti Apparat, multiple name che in cui il collettivo l’autore della magia musicale che è andata in scena a Milano domenica 7 aprile.

Archi, violoncello, trombone, batteria sincopata e atmosfere eteree che lasciano indietro qualsiasi spigolatura, tuffandosi sin dove può l’avant turbo jazz elettronico del collettivo di cui sopra. Il vero Apparat rimane un elemento chiave, con la sua voce e la sua  chitarra che  suona meticolosa, segnando il ritorno dei tempi pre-The Devil’s Walk e pre-Moderat.

Si conferma l’abbandono dell’effige da pop star, a favore di un magnetismo musicale fatto di trance alla Sigur Ros e ad una dimensione di musica realmente collettiva alla The Cinematic Orchestra. Trionfa dal vivo la vena di LP5, dunque, ultimo album che è il vessillo dl pensiero rinato di un artista che ricerca la coralità dell’orchestra, lontano dal frastuono e dalla esperienza di  kraut-music.

Apparat sembra sperimentare, dedicandosi alla ricerca e a brani di una certa lunghezza che in versione live prendono la forma di cavalcate elettroniche mai modeste, dove la struttura ha un peso eccezionale, e dove il ballo è solo un gradino sotto la cura del suono e delle sue architetture. La scuola Bauhaus (quella strettamente architettonica, intendo) rinasce nel suo anniversario nel falsetto della voce di Sasha e nel gusto etero del suo magma musicale. Un piacere dal vivo, in una tappa del suo tour europeo che nasce dopo una chiusura in studio durata sei anni che lo fa rinascere in maniera suggestiva.

 

Grazie a DNA Concerti

Andrea Alesse

recensioni@thefrontrow.it



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