Albano: una storia lunga 50 anni

Albano: una storia lunga 50 anni

Incontrare una simile leggenda della musica italiana è motivo di grande orgoglio. D’altra parte come è possibile dimenticare che il signor Albano Carrisi, o Al Bano, sulla breccia da 50 anni, continui a raccogliere successi in Italia ed anche nel mondo? Avremmo voluto intervistarlo più volte, magari a Sanremo, dove il cantante è di casa, ma non eravamo mai stati fortunati. La nostra perseveranza è stata premiata un paio di settimane fa, quando è stato ospite del festival AstiMusica. L’abbiamo incontrato nel suo albergo, nel corso di un violento temporale e lui si è confessato. Ecco l’intervista.

Leggendo la tua storia ci ha colpito il fatto che tu, ragazzino pugliese di campagna, passassi molte ore della giornata a suonare e cantare. A chi ti ispiravi in quel momento?

«E’ una domanda che non mi sono mai posto. Di sicuro raccontavo il rapporto conflittuale con la terra, quello per la famiglia. Mi ricordo che scrissi una canzone intitolata “La zappa picca pane pappa” con cui spiegavo a mio padre cosa ne pensassi della terra, intesa come campagna. Mi ispiravo anche ai racconti che il genitore mi faceva. Ricordo un pezzo dedicato ad una mia zia partita per l’Argentina, in cui immaginavo il lungo viaggio tra la Puglia e il Paese sudamericano. Era un brano bellissimo che si intitolava “Addio Sicilia”. Vi starete chiedendo il motivo di questo titolo? Semplicemente perché mia zia era sposata con un siciliano. Man mano che crescevo iniziarono ad affiorare i fermenti amorosi e così iniziai a dedicare le mie canzoni a quelle ragazze che mi regalavano qualche sentimento o qualche sussulto amoroso».

Quindi non ti sei mai ispirato a qualche celebre cantante, magari americano…

«Guarda il massimo che potevi ascoltare nel mio paese erano Claudio Villa, Giorgio Consolini, Tito Schipa, che era un cantante lirico famosissimo in quel periodo. Sicuramente il mio punto di riferimento è stato il grande Domenico Modugno, che viveva a pochi chilometri da casa mia e scappò via. Mi colpiva la sua creatività, il suo modo innovativo di scrivere, che aveva fatto voltare pagina alla musica italiana».

Così decidesti di seguire l’esempio di mr. Volare e salire a Milano. In una famiglia patriarcale come la tua come accolsero la notizia che saresti partito per il lontano Nord?

«Mio padre mi disse: “Vai, ma ti faccio accompagnare da qualcuno che conosco io. E ricordati che tanto tra tre mesi sarai nuovamente qui”. Un anatema simile avrebbe potuto mettere in ginocchio chiunque, ed infatti molti dei miei amici che percorsero una strada simile ritornarono ben presto a casa. Uno di questi fu mio cugino, che dopo un mese e mezzo di lavoro si comprò una bicicletta e con quella prese la strada della Puglia. Io avevo già disegnato il mio percorso ed ero determinato a seguir­lo. Penso che tutto si sia avverato. Ero preparato ad accettare sacrifici, a dare delle risposte ai miei interrogativi esistenziali. Mi ero preparato un programma serio e l’ho portato a compimento».

Un ragazzo come te che improvvisamente si ritrovò ad aver successo e denaro come affrontò questa situazione?

«Nel ristorante dove ero stato assunto guadagnavo 25mila lire. Di queste 15mila le spedivo a casa. Questo per dire che mi accontentavo di vivere in modo dignitoso. Non ho mai avuto un rapporto morboso con il denaro, tutto il superfluo l’ho quasi sempre dato agli altri. Il mio obiettivo non era la ricchezza, perché ero alla ricerca di qualcosa di profondo ed intenso: soddisfare il mio ego. Avevo voglia di far sentire la mia voce e di farmi conoscere».

E così ti ritrovasti sul palco dei Rolling Stones..

«Per meglio dire… con i Rolling Stones. In quel periodo avevo iniziato a sentire sia loro che i Beatles e stavo facendo un po’ di esperienza affiancando Adriano Celentano. Nel maggio del ‘67, dopo aver vinto “Settevoci”, il programma presentato da Pippo Baudo, divenni famoso e gettonatissimo. Così mi misero sul palco degli Stones. Fu un’esperienza stratosferica».

«Direi che il mio è un sentimento di rispetto, odio mai». Più volte hai bussato alla direzione artistica per essere selezionato e non ce l’hai fatta.. «E’ successo in due occasioni. Avevo presentato “Le radici del cielo”, che considero un brano fantastico, e “Tu per sempre”, e fui scartato. Accettai la decisione con filosofia, la vita è bella anche se arriva qualche sconfitta».

Però sei salito su quel palco come ospite d’onore…

«E’ stato riconosciuto il mio curriculum sanremese, che definirei di tutto rispetto. Partendo da “La siepe”, che conquistò la prima edizione del premio Tenco, per passare a “13, storia d’oggi” che fu premiato dalla critica. Poi ci fu il periodo in cui cantavo in coppia con Romina e i vari “Felicità”, “Nostalgia canaglia”, “Cara terra mia”. Ogni edizione è stata una magnifica esperienza».

Oggi chi si avvicina alla musica sceglie i talent per emergere. Con il senno di poi, se avessi avuto questa opportunità, l’avresti colta?

«Allora c’erano trasmissioni analoghe: parlo di “Castrocaro” e “Settevoci”. Poi è chiaro le cose sono cambiate. Credo che i talent siano un’ottima occasione per chi vuole avvicinarsi alla musica leggera. Non sto parlando di vincere il concorso, perché il primo posto è riservato ad un solo partecipante. Mi riferisco alla possibilità di imparare moltissime cose. I ragazzi hanno dei veri e propri coach che ti insegnano tutto, da come muoversi a come intonare un pezzo. Quando escono di lì sono già professionisti patentati».

Ti sei mai chiesto perché oggi Al Bano è così amato in Russia?

«Ho avuto successo in tutto il mondo ed oggi è arrivata la grande notorietà nei paesi dell’Est. Penso che non sia l’artista Al Bano ad essere amato, ma le canzoni che canta. Sono osannato per la musica che regalo a quel pubblico».

Cosa ti ha spinto ad entrare nel mondo del vino?

«Sono scappato dalla campagna quando facevo lo studente-contadino e non nego che odiassi quella vita. Quando arrivai a Milano dissi a mio padre che un giorno sarei tornato ed avrei aperto una grande casa vinicola e avrei messo il suo nome. Lui mi guardò con aria compassionevole, non credendo che sarebbe stato possibile. Invece mantenni quella promessa. Nel 1973 iniziai a commercializzare dei vini di buona qualità. Nonostante fossi andato via giovanissimo, in fondo mi ricordavo bene come funzionasse la cosa ed oggi sono ancora sul mercato».

Un certo Sting fa pagare i fan per vendemmiare le sue uve in Toscana. Tu saresti capace di arrivare a tanto?

«E’ una bella idea la sua. Io credo più che altro che mi piacerebbe invitarli per farli avvicinare al modo della viticoltura. Il contatto con la terra è una cosa fantastica e chi non l’ha mai avuto, dovrebbe scoprirlo in prima persona».

Se non avessi scoperto la musica, ti sei mai chiesto che svolta avrebbe avuto la tua vita?

«Fin da ragazzino ho capito che non avrei voluto fare nient’altro e quindi non mi sono posto il problema. Del resto mi sono abituato a non vivere con i “se” e con i “ma”, cercando di essere il più realista possibile».

Nel ‘67 salisti sul palco degli Stones e nacque una band chiamata Po­oh. Se oggi ti offrissero la possibilità di cantare a fianco di Mick Jagger oppure di andare all’Arena di Verona per festeggiare il giubileo di Canzian, Facchinetti e compagnia, cosa sceglieresti?

«Entrambe le cose. I Pooh sono grandi amici e quindi vorrei partecipare al concerto finale. Con gli Stones vorrei mettermi alla prova, perché vedendo come si muove Jagger ad oltre 70 anni non posso che provare una profonda ammirazione per lui».

Intervista a cura di Vincenzo Nicolello

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